Una sera a San Cassiano

A San Cassiano di Controne le case sono accallate quasi lungo una sola strada e i pochi pascoli si imparentano ai prati al primo sorgere dei castagni. È rimasta una chiesa, che già conoscevo, e che ora è addobbata per la festa del crocifisso. Sulla sua fronte sono incise tarsie sacre, portate in alto nell’aria, sopra le nostre teste, in una regione di straordinario silenzio. Il suo labbro ha intrapreso da tempo un lungo discorso e il suo primo simbolo, ora cinto di lumi e rami di tiglio, è una follia effusa sulle piante in amore, è il segno dei pesci grattati nella sua pietra come i pani e le altre mitologie naturali, con la loro grammatica di straordinarie deformità, e la loro urgenza che procede da secoli senza turbamenti.

Prima che cominci la processione e che il paese sia in festa mi lascio portare dall’unica strada che conosco, nell’unico ristorante. E quando ho sorriso alla signora alla macchina del caffè, per puro piacere di immaginazione ho chiesto dove fosse il bagno. Ho percorso la terrazza tra i tavoli velati di cotone, le pance rilassate e i festoni di rete dove sono sfioriti i corpicini delle clematidi, su cui si arrampicano tralci di edera rossa e dove muoiono gli insetti.

Ho lasciato il piccolo getto d’acqua tra l’aria e la ceramica del lavabo, l’ho lasciato picchiettare i polsi e scivolare, mentre nella cucina si spandeva una nuvola di discorsi che lasciava sulle piastrelle un olio leggero. E mi sono portata col pensiero più oltre, a un capo e all’altro della strada, proprio ai confini del centro abitato, dove stavano le porte di essenze prese dal bosco per il rito della croce. Erano due archi intrecciati nella fibra di dieci polloni di nocciolo. Ascoltavo. I loro particolari monconi, i piccoli padiglioni delle loro foglie erano ancora capaci di tremare al passaggio dei viventi, la loro morte tumultuosa mi suggeriva due fiammelle di languore alla base della lingua, per ogni corpo, ogni legno, ogni labbro che trapassava il loro grembo d’aria estiva. Mi sono appoggiata per il troppo piacere. Io così grande nel fisico, così presente al primo affacciarsi della sera, alla mia bocca colma di vapore di fritto, di disinfettante e di aroma di pane sciocco, non ho potuto sorreggere il mio stesso corpo. E ancora debole ho provato ad aprire la porta. E ho pensato tu stessi per cogliermi precisamente sulla soglia, secondo le più intime leggi del dono e della coincidenza, e di ciò che è necessario. E colmo di seme, e forte, che mi sorridessi.

Una sera a San Cassiano

La strada per l’Accademia 

<<Buongiorno, sa dirmi dov’è l’Accademia della Crusca? >>

È un venerdì mattina, il parcheggio è vuoto e della biglietteria della stazione di Firenze Castello si vede solo una porta serrata. La signora tocca il guinzaglio e ciò basta perché il cane capisca e si accomodi. Così ora siamo in due, io e il cane ricciuto, in attesa che ci venga spiegato dove sia l’Accademia. 

La signora si raccoglie, il suo raccoglimento è in sostanza sorriso, ma avrebbe anche potuto essere un passo indietro dello sguardo, un qualche spazio che si apre nelle facoltà del gioco e dell’ascolto, un’aria di congiura o di segreto. Parla, ma con già l’ampiezza della musica, e mentre parla osserva qualcosa delle sue immagini mentali. C’è un viale che degrada dalle alture forse verso sud, poi la mano destra taglia lo spazio del ricordo e subito si apre una via rumorosa e trafficata, un riferimento vicino che la fa tornare a noi. 

<<Cerchi il semaforo>>. Me lo dice con calma, il cane ricciuto si accoccola quasi sui suoi mocassini.  Io sorrido, ringrazio. La signora chiede se abbia capito bene e si fa ripetere la strada.  Mi lascia parlare senza interrompere, quasi senza il coraggio di intervenire sulla mia rappresentazione appena nata. <<stia attenta alle macchine>>, dice. E nella dolcezza di questa nuova cura ci salutiamo. 

La strada per l’Accademia 

Col futuro negli occhi

Col futuro negli occhi” è un progetto che cerca di esplorare le possibilità che ha il teatro di rappresentare i temi della fantascienza. Il titolo riprende quello di “Con il sole negli occhi”, un atto unico di Andrea Del Testa ispirato a un racconto di Richard Matheson, che sarà portato in scena insieme ad altre drammaturgie il 21, 22 e 24 giugno al Teatro Verdi di Pisa. 
Un assaggio di “Con il sole negli occhi”, ce lo dà proprio Andrea Del Testa: “A causa di una imminente guerra nucleare l’umanità è costretta a ritirarsi a vivere sottoterra, a sconvolgere le proprie abitudini, a prendere decisioni drastiche riguardo a ciò che possiedono, ai propri rapporti interpersonali. Ognuno farà le sue scelte.”

Anche voi fate la vostra: fate un salto al Verdi, il 21, 22 e 24 giugno 😉

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Col futuro negli occhi

La foresta nera

Potevo avere il cuore dell’istrice o i passetti sicuri dello scoiattolo. Potevo essere come i sassi e le foglie nello zucchero della  loro primavera. Ma mi hai fatta come  l’uccellino che si ammala per ogni notte che scende.  E mi stiro come la vela al bentu de soli, mi stiro fra le braci del letto e piango il tempo come fende le acque scure, coi suoi legni muti.

La foresta nera

Le parole e il silenzio

Martedì 30 maggio sono stata a Pisa per la presentazione del libro “Il soprannaturale letterario” di Francesco Orlando, edito da Einaudi. Mentre cammino le suole si imparentano alla pietra di Corso Italia e c’è un’aria granulosa in cui le siepi esprimono polvere e un certo senso di attesa. Ma più addentro ancora, nel cuore del selciato, c’è un fondo di acqua di torba, di quella leggerezza che hanno i suoli deboli quando si confondono con le bestie più piccole, come se tutte le zanzare dovessero levarsi dalla scorza dei pini e dalle vasche delle fontane. Sul Polo Carmignani pesa l’umidore dell’Arno.

Mi siedo e ricordo le lezioni del professor Francesco Orlando, quasi agli stessi banchi, quando parlava di teoria della letteratura seguendo il percorso di grandi orizzonti di senso, le suggestioni di capacità sottili di separazione e di ricomposizione. Lo ricordo fra le spire del tabacco, ma non poteva essere, perché allora era già vietato fumare nei luoghi pubblici.

Ci invitò a leggere, questo sì, e la rosa che ci porse probabilmente fu la mia piccola biblioteca fondamentale, perché prima leggevo a caso, dimenticando, e dopo la sua morte anche di più.

Fu nuova per me la qualità dello sguardo che ci proponeva di lezione in lezione, sulle larve inventate, ma proprio nel senso di in-venute, dalle e nelle pagine dei libri. Mai si mostrarono così urgenti e vive come quando passavano dal discorso della sua lingua, lungo un cammino umano di errori, di giustizie e di consapevolezze, e dalle sue infinite dissezioni.

La teoria della letteratura era un terreno scientifico e divino. C’era un testo effuso su un detto e un non-detto e l’implicito oltre all’esplicito, e perfino il loro dialogo segreto, potevano essere oggetto di una indagine che era anche qualcosa come una cavalcata attraverso i mondi e i tempi, fisici e sottili. E mi sembrava fossimo tutti troppo deboli, troppo nuovi all’esistenza per una cosa così grande come la sua letteratura.

Ho ricordato il biglietto con la scadenza del parcheggio e me ne sono andata prima che l’incontro fosse concluso. I gabbiani avevano risalito la foce dell’Arno, attirati forse dalla sporcizia della città. Mentre cammino, nel mio organismo si sta producendo una piccola infezione. Una cosa da nulla, un’incapacità della cute di emendarsi dalle impurità, il sudore o le tracce di una peluria nascente. Nella mia rappresentazione, è solo un piccolo addensamento che duole e che richiama una energia seghettata e brillante, vicina alle facoltà delle gramigne quando si approssima l’agosto. Dieci anni prima capitò la stessa cosa ma non compresi in tempo e il piccolo duolo progredì fino a divenire febbre e fu necessario tagliarmi e pulire il corpo con la lama e poi le garze. Grandi discorsi preparano i corpi in cui qualcosa dimentica di guarire.

Intanto ho comprato il libro di Francesco Orlando. Sulla soglia di un negozio, due commesse sversano una mistura rosa in una brocca, una terza ammazzetta una bracciata di iperico e lo adagia su una esposizione di creme per il viso. Ridono mentre il mio corpo s’infetta, mentre i cieli premono sul fiume e sui gabbiani.

Il libro, mi dico, devo leggere il libro. Eppure so già che sarà difficile arrivare in fondo. Non so cosa in questi anni si sia rotto, quale leggerezza mi assottigli, quale fragilità m’impedisca di seguire il filo del discorso. So che quando apro la bocca tutte le parole che non ho pensato corrono a infilarcisi dentro. E mi riportano al silenzio.

Le parole e il silenzio

Contraccolpo

C’è stato un momento in cui i miei piedi avevano a che fare con le pietre, con una minaccia di vecchiaia. Ero entrata nella mia ottantaquattresima luna e nei banchi stavo male, le lavagne erano grandi piastre di chimico su cui si svolgeva la scrittura dei professori di letteratura e di linguistica. Erano i momenti in cui le identità individuali erano ancora comprese in una certa zona di rispetto, il pensiero collettivo si affacciava alla condivisione virtuale e qualcuno se la sentiva addosso come una nuvola. Ma ancora si pensava, a queste latitudini, che esistere senza non fosse poi esistere privi di qualcosa.

 Mangiavo una mela e mezzo litro di latte. Nelle classi, le lampade a fluorescenza mi lucidavano la pelle, e la spegnevano. Si formavano legami, tra uomini, tra donne. Talvolta si andava al mare. Ricordo di come mi pesassero i miei vent’anni e tutto si concentrava in una immagine simbolica e corporale. 

Era l’immagine dei miei piedi, dove si combatteva l’ultimo confine, dove percolavano tutti i miei succhi. E loro, forse spaventati,  si aggrappavano alle suole, la superficie intera si arcuava, le unghie si ispessivano. Ora so la loro parola di fatica, il nome che portavano scritto a sostegno dei miei passi sulla terra.  Era : CONTRACCOLPO. 

Contraccolpo

Carnasein 

Immagino che in un passato dell’uomo i generi nelle arti  fossero cosa viva e vivificante.

Eppure. Ora   la carne, il seme che concedo  alle parole è poco, si è seccata l’attenzione e si sono moltiplicate le mie diffidenze. Una stanchezza che viene da lontano s’è innamorata dalla mia grande superficie.  E mi copre uno spirito, una sospensione come il vento di nord ovest, che suggerisce di aver ascoltato quel che c’era da ascoltare.

Così cerco una forma, una piega che sia un setto e un’unione fra un qui e un là. Mi disegno in un trucco. Provo le iridi nel bistro. La mia coscienza allenata ha fretta di concludere che  ciò che succede non è abbastanza.

Allora rallento il passo, lascio che mi si accosti la grana del marciapiede o la scorza delle piante nelle aiole. Le macchine scivolano, i palazzi si tendono, talvolta mi sfiorano adolescenti ancora pregni di acque acerbe. E mi prende il loro vento,  la pioggia mi bagna come quando prese le terre antiche. Un soffio gonfia mio scheletro vuoto e la cosa più povera di me ha il movimento di un uccellino, di una vela, di un maestrale. E mi chiama all’amore.

Carnasein