Ora

È qui. Un senso appena più sottile della vista può rintracciarne l’assoluta presenza nei campi e nelle case che svaniscono nell’aria della macchina. Ed è anche i campi e le case e la voce delle argille nei metri più bui della terra.
È la lama dell’orizzonte che arriva, io guido e mi investe. Per lui infatti arriva tutto e tutto è dal mare, anche le creature dilavate dalle acque che ora fanno la farina dei travertini o dei calcari più puri, o i corpuscoli che premono senza numero nelle profondità, come visceri e allo stesso modo colmi, e caldi. Così i mostri e le bestie che talvolta trovano la morte asciugate dal sole e dall’aria troppo alta.
E io sono una cosa finta, questo lo comprendo schiacciando il pedale e controllando allo specchietto il colore delle gengive o la peluria delle guance.
Sono una cosa finta. Appena dietro la mia epidermide, si apre la valle dei morti dove essi mai dormono e mai aspettano. A ogni ferza d’aria, a ogni silenzio un occhio si dilata, una legione muove a tempesta. Forse sono la scimmia di migliaia di morti.

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Ora

Jazz

In un parcheggio sotterraneo c’era un’auto coi finestrini abbassati e al posto del passeggero una anziana. Guardava qualcosa oltre le colonne, poi ha detto: I wanna go home, to my parents. To my parents.
E ha lasciato un’unghia a ticchettare sul cruscotto. Al posto del guidatore c’era una ragazzina. Ha alzato gli occhi dal telefono e l’ha abbracciata. E così sono rimaste, ad aspettare.
Non c’era musica nel parcheggio, solo caldo. Ma avrei giurato di sentire una lunga folata di jazz.

Jazz

Il giglio

Combattevo coi libri interi pomeriggi, poi le sere se avevo fatto l’amore restavo nel fresco delle lenzuola senza poter credere che fosse successo.
C’era profumo di gasolio e la rena velava i nervi delle finestre. Avevo l’abitudine di dormire spoglia, perciò sfregavo i piedi sui polpacci, il morbido dei muscoli contro la pelle indurita dall’aria. Avevo una collana di pietre di fiume e tu ne premesti una volta un sasso nei succhi della lingua, e l’altra mano mi teneva ferma.
Sei molte cose insieme. Eri nella foresta tutta d’oro che era casa mia, dove camminavo nuda e tu arrivasti da lontano per darmi la caccia.
Incidesti poi in un ospedale una riga di sangue nell’incertezza della mammella e cucisti con mano cattiva, cosicché ancora porto il segno.
Un’estate poi sognavamo e c’era un tiepido odore di birra e di frutta matura, gemevano le zanzare, impazzite per me e per te, e tu mi promettesti ogni cosa.
E siamo stati figli un giorno in cui provasti i tuoi colori sulle proporzioni del mio viso, e me lo donasti accartocciato in un foglio d’album, prima che cominciassero le vacanze, sapendo che non ti avrei rivisto più.
Non sapevi, mio eterno avversario, che ti vedo sempre e sempre nelle carni e nei tempi, nel tallone che si alza, nel giglio che ancora fiammeggia gentile lungo l’arco della mia schiena.

Il giglio

Le case dei miei sogni

Le case dei miei sogni non sono mai cambiate.

Lo spazio, il tempo e l’identità, nei sogni, sono fenomeno e matrice gli uni degli altri, così che può esserci un tempo di spazio e di identità, una autocoscienza può sostanziarsi in un luogo o stillare in una percezione senza preavvisi. Sono vie e flusso. Sono lente anche nelle velocità e non se ne può parlare. perché altrimenti bisognerebbe dire, credo, che abbiamo tutti ricordo di quando fummo terra oppure alberi, di come fosse strisciare e delle gravidanze tempestose di tutte le acque. Poi del verme delle violenze dei tempi, per le quali qualcuno è stato impiccato, ed era l’impiccagione, qualcun altro ha accolto il filo della lama, ed era il fendente, o è stato trapassato dal fuoco, ed era lo sterminio.

L’intreccio del mio sogno è un intero, anche quando mi porta in lunghi momenti di buio e pare che ogni cosa immaginata sia più di quel che potesse essere pensato.

Ma le case sono una mappa. Le ritrovo a distanza anche di anni, come fossero lentiggini senza una meta e senza un disegno, in atolli abbaglianti, nella roccia, o sperse come spelonche nella bruma infernale. le loro mura sono anch’esse via e flusso, eppure posso ritrovare le stanze. ci sono passaggi che ho rinvenuto intatti, con infinita commozione, dai miei vent’anni.

A volte succede che qualcosa di grande di cui faccio parte si faccia urlo e le porti nel buio senza che io sappia per quanto ne sarò separata.

Ma io so che le loro crete vive sono la mia città.

Così sogno.

E aspetto.

Le case dei miei sogni

La pieve di Santo Stefano

Santo Stefano è un’unghiata di calce accesa, i suoi piedi sono di cocci e gli ulivi le fanno festa intorno. Per arrivarci ho lasciato la pianura già appannata per il primo caldo e sono salita fra le pratoline e gli agli selvatici come non fosse ancora successo. Guidavo con dolcezza, come fossero importanti le plastiche e il tessuto o lo smalto della carrozzeria. La macchina si faceva coerente e leggera, curva dopo curva, con le vie più strette, finché ho incontrato un nuvolo di ortiche ed erbe tenere, e il profumo di miele era tanto sommesso e vivo, come un tempo che si mostrasse nel suo improvviso presente, che è stato meglio proseguire a piedi.

Camminare può diventare qualcosa di difficile, perché è una frequentazione alla quale dispiacciono leggerezze e abbandoni. E io, lo riconosco, son stata tanto lontana. Ma la pieve di Santo Stefano si è mostrata ugualmente come una sposa o una unghiata di calce che in questo nostro mondo fisico ha preso la forma di una chiesa. Ma è anche una rocca spazzata dai tempi e io ci sono tornata perché ricordo, fra le sue pietre late, di aver stretto un corpo e di averci sentito del sale, e ricordo di averne toccato i cipressi che piangevano i loro frutti, e di aver detto, ancora trasognata, ancora piena di luce che muore: ma questa, questa sono io!

La pieve di Santo Stefano

Segni

Ci permettiamo segni clandestini, come una certa inflessione prima di chiudere una conversazione al telefono, o come quando proviamo a riconoscerci nel quotidiano più sorvegliato, magari nel discorso di circostanza dopo aver concluso un accordo, quando si ripercorrono le condizioni e la forma del documento perché sia tutto in ordine, e nel momento in cui nessuno presta attenzione magari cade una parola sul mare, sulla luce, su qualche immaterialità. E qualcosa di là, nell’altra persona, si lascia trapassare, e se ne può sentire il varco senza che nulla sia cambiato. Talvolta è un sigillo più leggero, come ricordare a qualcuno il piacere di una storia o di una musica, o l’amore per le taccole o il modo giusto per far lievitare il pane. È come lanciare i dadi, la parola scende e scende finché non se ne può più seguire la traccia.
Ma ora noi sappiamo di esistere gli uni per gli altri.
Ora il nostro silenzio è un’altra cosa.

Segni

Luna

Questa luna che viviamo ha quasi cinque giorni. È una massa bambina, tutta latte, che riempie i capelli e fortifica le scorze. Invita i cuori più piccoli all’unico battito. Tende al ciclo che le colma piano piano il volto. Ma già nel suo trascorso deperire prometteva nel buio cose su cose e ci trovava inquieti, incapaci di fare silenzio. In queste mattine, ora che le erbe sono indurite e curve o cotte dal ghiaccio, le foglie degli acanti brune e i rami della mimosa prostrati da forze antiche, il sole viene e porta qualcosa di maschile. Già sono chiari i succhi che si preparano, i piccoli animali pronti a moltiplicarsi nell’aria e sulla più tenera superficie terrestre. Già nella terra imbevuta c’è la qualità della polvere e i cieli sono gonfi e dilatati. Pronti a farsi bruciare di nuovo.

lo pubblico oggi, ma è uno scritto del 20 febbraio, quando appunto era in cielo una luna di cinque giorni

Luna