Fare il pane

Non faccio il pane perché ne abbia bisogno. Ogni giorno sul banco ne trovo di ogni forma. Il sapore di questi molti pani è buono e il prezzo ancora ragionevole. Potrei ogni giorno far crepitare il coltello oppure spezzare con le mani un pane diverso, tradizionale oppure tipico di posti molto lontani. Ma la sera passo il sapone sulle scodelle sporche della cena, poi mi bagno le mani di farina e comincio. Prima una fontanella vaporosa, poi col dito la sento sciogliersi nel bianco dell’acqua e so che prenderà la forza viva della pasta. Lo faccio perché sono costretta a immaginare veloce, e ogni giorno la mia conoscenza è sempre più vicina a una nuvola. Ma il corpo questo ancora non l’ha capito, e io così gli uso gentilezza. Lo so, gli dico mentre mi sbilancio dolcemente in avanti, mentre la pelle si profuma nel tuffo nel grano. Lo so è passato troppo poco tempo e voi mani ancora ricordate tutto, anche se voi proprio in carne e ossa non l’avete mai vissuto. Ma non importa. Stiamo qui. E facciamo pace.

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Fare il pane

Incontro

Proprio sulla strada, nel traffico del rientro. Lui allo sportello automatico, finisce quello che deve fare e dondola la testa da giù a su, di lato, come quando tanto tempo fa si stava forse accosciati su qualcosa che non doveva esserci sottratto. E ha una giacca di nylon e la testa rasata, il collo segnato e l’occhio che buca, ed è magro in modo strano per questo secolo qui, perché lo sembra per molto spendersi. È giovane. E subito al suo scostarsi una ragazza fa una corsetta da coda di cavallo e si appoggia alla macchinetta, con il muoversi di chi ha freddo. Perché ha proprio un velo di leggings e una specie di blusa di peluche. E i capelli più chiari della sua carne.
Guardatevi.
Io prego, provo un incanto a denti duri, con tutto quel che può il mio occhio.
Voltati, vedi quel corpo appena schiuso, fatti trovare nel profilo che taglia. Vedi chi c’è in quella carne, che poi è qualcosa di tutte le carni.
Ma no. Hanno paura, hanno fretta. Non credono più.

Incontro

Venezia 

La gente corre, anche a Venezia corre. E si capisce, perché più che architetture le acque e le pietre propongono fughe tra spazi stretti e altri quasi insostenibili, gonfi di sale, cupole e volute di gabbiani. Pietre bianche e lunghi, carichi venti dell’est. E tra queste frizioni di volumi e di tempi ci sono le stoffe guardate a vista nei negozi più preziosi, le maschere e i banchi più poveri lungo le strade meno battute. Molti palazzi mostrano epidermidi macere o rabberciate di cemento e nei canali l’acqua è sempre fessa, sempre un po’ mescolata dalle barche a motore che si accavallano per portare oggetti, scaricare immondizia o condurre persone. 

Ma ci sono ancora uomini e donne che scelgono le verdure al mercato, e parlano stretto. E negozi che vendono babbucce dagli orli appena lucidi, che ricordano ori leggeri. 

È come venire da lontano, si è subito stanchi. Abbiamo trovato un bar con le paste pizzicate a mano, frutta secca, pani speziati e larghe spume di meringa. Per conto mio, mi sono persa a parlare della giusta morbidezza della scorza dell’arancia amara quando la si volesse tuffare nel cioccolato per farne bon bon, e parlavo lento quasi come fosse domenica mattina, con una signora dal dolce accento del nord. E l’acqua montava, in un basso movimento di marea

Venezia 

Mathildenhohe, la cappella russa di Darmstadt

La cappella doveva essere un luogo raccolto ma ora la circondano i pergolati e la famosa colonia degli artisti. Dentro la sua penombra occhieggiano degli ori, oltre il cancello di legno è una Madonna con il figlio e ai fianchi angeli ditteri.

Qui si parla russo, appena un po’ di tedesco. E anche se fuori c’è un prato tagliato da poco, anche se ci sono gli alberi ammansiti qui dentro  si sente il vento, anche se tutto è impastato o scolpito e corporale, il crisma di questo posto è l’aria, le cupole modellano i fischi, il pavimento è fermo, ma la sua figura è l’erba che insemina i mosaici e cede i suoi succhi. Le foreste di cedri. Le eriche gentili.

Entra una signora con una gonna al polpaccio, gli zoccoli. Tutto è molto colorato ma i  capelli li ha velati di bianco e tiene in mano tre candele per coincidenza simili a spighe. Le offre alla Madonna ma una cade per la sua troppa gentilezza, e insieme parla. E piange.

Mathildenhohe, la cappella russa di Darmstadt

Lichtenberg

Schloss Lichtenberg è una mole grigiobianca sulla collina, le finestre sono cerchiate di rosa e il tetto è di squame di drago. Licht vuol dire luce, vuol dire sottile, e della sua leggerezza rende testimonianza una terrazza di leguminose in fiore, nell’aria umida del Land dell’Assia. La prima aria d’agosto.

Ho visto passare nel cortile un uomo del paese, era come impastato in una carne molto acquosa. Morgen, dice. provo a rispondere ma non viene bene, allora alzo una mano per far capire l’intenzione. Mi sembra strano parlare a un uomo così roseo. Si infila nella porticina della torre, la scala a chiocciola sfuma la sua architettura in un girotondo e la torre termina con un ciuffo di nuvola, anch’esso vestito di scaglie e inciso quasi con dolore da una croce che si muove col vento, come una freccia, o una bandiera.

E’ una mattina mite, che niente sembra abbia a che vedere con le lanterne nere e i tetti ripidi, o con la piazza in cui ci sono solo pietre lisce, come un ossario.

Le api disegnano trame sull’acqua del giardino. Il sole brucia come un male da tenersi caro.

E no, non è un posto per demoni meridiani. Qui non cala come una spossatezza, non spreme oli dai frutti della terra. Non conosce ori profondi, decadimenti, gesta erotiche o infinite lentezze, né si mostra nudo o incrostato di diaspri. Licht vuol dire luce, ed è l’occhio che si spegne per ultimo, prima del buio. So che lui qui arriva con un bastone, arriva in una notte che non ho mai conosciuto. Cavalca una bestia e il suo smarrimento ha il sapore di una tregenda.

Lichtenberg

Alleluia

Una volta compreso che la musica a quel tempo era libera dalla suddivisione in battute e ancora vergine dal sistema tonale, l’Alleluia di Gabrieli ha dato la sua polpa fino al sangue, e infine alla miseria.
Io mi ci accostavo come una che domanda, e percorrevo la linea del soprano con in bocca quella sola parola, alleluia, nello sconcerto di un ordito di cui vedevo solo la povertà. Intanto cantavo come potevo. La scrittura si divideva a fatica e quel che ottenevo era un martellio in cui tutto sembrava a posto, ma in un ordine bugiardo. Ne soffrivo perché era qualcosa di peggio che una cosa brutta, era un oggetto che aveva su di sé la violenza del torto.
Ma allora cosa era la musica prima che le si proponesse il timone che ancora in parte la governa? Prima del tempo, prima dei gradi e di tutto quel sistema prodigioso che utilizzo con malagrazia e da ignorante ?
Non so.
Forse c’era la parola.
E lei mi si è fatta incontro suscitando l’arco esatto del suo respiro. Allora la scrittura si è liberata dal lascito gerarchico e verticale del tempo percussivo. Ha trovato il movimento ampio dell’accento e da sola si è conformata a un ordine sottile che l’ha riportata alla gioia e infine alla luce.
E allora mi chiedo Cosa doveva essere il murmure di quelle voci, quando nel profondo dei secoli hanno intonato quella speciale esultanza?
Di nuovo non so.
Aspetto. Sempre e sempre aspetto.

Alleluia

Una notte di neve

Ho chiesto al commesso di incartare tutto e lui ha preso due pere grandi, i radicchi e un finocchio che mostrava ancora la tenerezza delle foglie, e me li ha dati in un involto crepitante. Sono uscita nel freddo leggero, poi mi sono fermata in un’altra bottega per un pezzo di pane. E Lucca era così bella nel suo novembre silenzioso, nelle vetrine dalle cornici di legno, nelle chiese scure. E mentre l’attraversavo dondolavo la borsa con dolcezza, tanto che lei forse ha compreso qualcosa del mio amore e per un momento si è accesa come prima di una notte di neve.

Una notte di neve