Mare

Monto in macchina e riconosco qualcosa che non vorrei della mia natura, nel piacere che mi dà l’abitacolo pulito, il tracciato del navigatore proiettato verso sud ovest. In lontananza, il mare dei turisti, dove ogni anno convergono persone che lavorano e persone in vacanza, sempre più simili tra loro. Sono gli ultimi anni, questi, in cui potremo credere all’aria del mare, che liberi i polmoni e faccia stare meglio. Gli anni dei bianchi dei muri a calce, dei pini folgorati dalle correnti atlantiche. In un piccolo movimento di tempo, che già si sta preparando, avremo dimenticato. E il mare non sarà più un luogo degli anni Settanta e Ottanta, di mesi tra parentesi, di vestaglie, di canniccio, di zoccoli, di zanzare, di bambini. Sarà forse un luogo di adulti molto ben disciplinati su come interrogarlo, senza ciuffi di panna, senza venature, forse con diverse necessità di strappargli dell’altro che non so. Io, per me, indosso le cuffiette e misuro le battute di un duetto – dopo tanti anni di timidezza, anni che non mi perdoneranno, tento i colori e le intenzioni, e sento un tenore innamorato, nelle profondità del cranio, che non sta rispondendo a me. Il sole pesa, svanisce tutto. E io, chissà con chi sto duettando.

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