La pergola

al suo rientro, proprio sul pianerottolo, rivolse uno speciale saluto al cortile degli ospiti stranieri, ora vuoto. la ghiaia rifletteva il ciclo lunare, giunto al suo apice, mentre i pali di abete che tenevano in piedi la pergola, ormai disossata dalle piogge di tanti anni, erano drappeggiati da una fila di luci da giardino, fasciate una a una da sfere di carta quasi color panna. dalle camere vicine, qualcuno parlava piano in tedesco.
carta di riso, pensò.
e con questo pensiero aprì la credenza delle erbe, raccolse una ciotola e mischiò una misura di sapone con un cucchiaio colmo di aloe e alcune gocce di oli essenziali, in una certa sequenza, adatta a liberare la pelle dallo sporco e dalle particelle ormai divenute estranee e prive di vita. mise sul fuoco poca acqua, pose in un filtro dei fiori secchi e attese col polpastrello che la temperatura fosse giusta per mettere l’uno e l’altra in una tazza. massaggiò l’addome, che le faceva male, e coi polpastrelli scese e scese fino a un punto che non ha collocazione, a una certa latitudine tra i genitali e l’ombelico, il luogo dell’energia che si lascia toccare. e considerò quanto fossero puntuali, le sue piccole falangi, e quanto a fondo potessero andare nel loro essere superficie su superficie. certo, la loro cecità era altra cosa da quella di mani maschili. e certo, tutto il male che da quelle mani era venuto, quelle mani di uomo ora forti, ora spirituali, in modi e per motivi diversi, non aveva a che fare con una semplice cattiva coscienza di chi l’aveva conosciuta, che sarebbe stata una cosa individuale, perciò accidentale. girò il filtro, che ora era umido e odoroso, e comprese.
era paura.

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