Le ali

Spazzavo e nel mucchietto di polvere c’erano due ali, erano come mandorle grigie e separate. Respiravano ciascuna come poteva con i mulinelli della scopa, senza più un corpo che le facesse gemelle. Possono ancora volare, pensavo. Allora dal mucchietto di polvere si è alzata una farfalla viva, ha turbinato con loro qualche momento poi si è allontanata, scossa, e come folle.

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Le ali

Sāvan

Il mio tavolo è piccolo, dal soffitto pendono drappi di fiori di plastica e un apparecchio diffonde canzoni un po’ struggenti, dal ritmo in piena e una linea melodica tormentata. Non capisco una parola, perciò posso fantasticare, e mi immagino che siano le canzoni della stagione delle piogge, quando i monsoni ostacolano l’unione degli amanti. Sāvan, mi pare di sentire. Ma me lo sono sognato.
Accanto a me, una signora dalla pelle della qualità dei datteri odorosi, parla con una famiglia che sembra in vacanza, e le risate tintinnano.
Per quel che mi riguarda, aspetto che mi arrivi un piatto di verdure cotte in una pastella speziata e le focacce sottili soffritte nell’olio, su cui si sfrega l’aglio fresco, che sono forse il vanto del locale.
Fuori, le botteghe hanno appena chiuso e le persone cominciano a fare capannello in piazza, sperando che si levi un alito.
Poco prima, in quella piazza ci passeggiava una donna, un po’ inclinata sotto il peso della borsa. E questa donna ha trovato la propria gemella che la guardava dalla vetrina di un negozio di filati. Ed aveva gli occhi così segnati, e la bocca così fioca che le ha rubato un sospiro quasi di dolcezza, come forse non capitava da molto.
“vecchia mia, a casa non c’è nessuno e non si può dire che questa sia stata una buona giornata”
“Per niente” sembrava rispondere la gemella.
“Allora sai che facciamo? Stasera ti porto a cena. Andiamo al ristorante indiano”.

Sāvan

La telefonata

Lascio la macchina al ponte sul molo e percorro la passeggiata in direzione nord. Incontro persone in maniche corte che parlano a voce alta. L’aria ha odore un po’ acido e salino, ma sa anche di forno e di deodorante e di burro cotto, e in un passo indietro torno ai miei otto anni, con la borsa di plastica ammorbidita dal sole e la sabbia nel costume. Talvolta si mangiava crepes al cioccolato, servite su dischi di plastica, e quella era la gioia maggiore delle nostre giornate estive.
Mi fermo al negozio di dischi e tiro su una registrazione di un concerto di Monteverdi, eseguito a Firenze qualche anno fa. Saluto il cassiere con un buonasera e lui risponde ciao.
In quel momento squilla il cellulare e so che devo raggiungerti nel luogo stabilito.

La telefonata

In quelle trine morbide / appunti musicali

manon.jpgNel secondo atto dell’opera che porta il suo nome, Manon Lescaut considera l’alcova del palazzo di Geronte, il ricco cassiere di cui è divenuta amante, e rimpiange i momenti trascorsi col giovane Des Grieux. È l’aria “In quelle trine morbide”.

Per me, è costruita in due parti.

In un primo momento, Manon richiama il proprio presente

In quelle trine morbide… nell’alcova dorata v’è un silenzio gelido, mortal v’è un silenzio, un freddo che m’agghiaccia!…”

Il suo disegno, e la sua consapevolezza, si muovono nella tonalità di Mi bemolle. Ella si guarda intorno e considera il proprio presente. Sotto di lei e con lei, un tarlo sonoro la incalza a ritmo di sincope e la sorprende, viva e presente, protagonista di un ricordo insopportabilmente lontano

Ed io che m’ero avvezza a una carezza voluttuosa di labbra ardenti e d’infuocate braccia…”

Il disegno tracciato da Manon è lo stesso, ma siamo passati in Sol bemolle. E ora l’orchestra si muove, e cresce, con lei. Ma nel montare affabulatorio e sensuale della protagonista, il sogno riprenderà il sembiante del presente. Proprio nel momento massimamente estatico

or ho… tutt’altra cosa!…”

il canto di Manon è tornato al qui-e-ora e alla sua tonalità iniziale, e riprende forza la dolorosa intermittenza ritmica della sincope, dell’insoddisfazione, del dubbio.

La seconda parte dell’aria è in Sol bemolle. È la tonalità del ricordo. Ma un ricordare che è quasi reverie. Dirà Manon

O mia dimora umìle, tu mi ritorni innanzi… gaia, isolata, bianca… come un sogno gentile e di pace e d’amor!”

E così facendo apporrà al proprio desiderio il sigillo del destino.

In quelle trine morbide / appunti musicali

Diario

Ho spaccato una fresella, l’ho passata nell’acqua e messa in un contenitore. Poi l’ho bagnata d’olio e ci ho spaccato sopra un pomodoro maturo. Ho chiuso il contenitore usando una pellicola, affinché fosse ermetico. Ancora, una forchetta e un coltello avvolti in un tovagliolo di carta buona, scelto dal pacco comprato per una recente festa di compleanno. Una bottiglia ricaricata con acqua di rubinetto, una banana e un paio di biscotti.
Mi sono portata leggermente in quota, all’altezza di Gombitelli, che è il primo posto dove possa vedere, dall’alto, una parte di pianura, il litorale e le isole, ma solo nei giorni tersi. Saranno forse 500 metri. A sud, appare il paese di Migliano, con la sua chierica di case su una massa collinare, oltre ancora, verso ovest, poche alture e la costa.
L’aria è scura, una massa carica d’acqua si muove dietro il versante in cui mi trovo, ma il cellulare dice che non pioverà.
Lascio l’auto e proseguo verso il passo Lucese tra tigli, noccioli e castagni che sporgono dalle pareti rocciose verso la strada. Le chiazze d’asfalto toccate dal sole fumano un vapore leggermente speziato, che eccita i tafani.
Sulla destra, si avvicendano i sentieri per il monte Rondinaio e la vetta del Castellaccio. Ma il primo è ostruito dai rovi e il  fondo del secondo è ridotto in fango. Proseguo sull’asfalto. Ora c’è un popolo di giovani querce dai corpi bui, che non fanno fresco.
Comincia a piovere. Sto un po’ male perché ho paura delle folgori, ma c’è solo un rumore di ruscello tutto intorno e larghe gocce tiepide che mi cadono addosso.
Le prime case sono ancora chiuse, segno che molti dei proprietari che passano le vacanze a Lucese per qualche motivo ancora non si sono fatti vivi. Qualcuno ha steso un lenzuolo color pervinca che trema insieme ai fiori delle cicorie selvatiche.
La pioggia rinforza.
Sono stata altre volte qui, so che dove in antico si incontravano le vie per Bologna e per Pistoia c’è una chiesa. è aperta. Dalla porta esce una mano che raccoglie l’acqua che scende. Una bambina bionda inclina la testa e guarda in alto, poi ritira la mano e si volta verso una coppia di quarantenni, anch’essi biondi e in pantaloni corti, in attesa sulla soglia.
Entro e mi siedo, il mio corpo dialoga con la famiglia alle mie spalle, l’energia dei loro volti protesi verso il castagneto, fuori, e la pioggia un po’ liquida sul suolo e sulle foglie e un po’ già vapore, restituita all’aria.
Le pareti della chiesa sono anch’esse un fenomeno atmosferico, prima si chiudono come se noi fossimo, in loro, il midollo di un piccolo osso, poi la luce del bosco le infiamma e noto il  ricciolo che regge una campanella vicino all’altare, un mazzo di fiori di plastica, le panche incise di dichiarazioni d’amore e il fatto che io sia rimasta sola.
Esco, un po’ barcollante. Il suolo è tiepido e già si muovono i primi insetti tra le foglie e gli altri resti vegetali ammorbiditi dall’acqua.
So che c’è anche un ristorante e oggi fa servizio. La gente è accomodata sotto una tettoia foderata di canniccio, l’interno odora dei prodotti usati dalle lavanderie a noleggio.
– Un caffè, per favore
L’uomo al banco ha un momento di silenzio, forse per il mio discutibile equipaggiamento casalingo, con la sporta del pranzo e tutto il resto.
– E un bicchiere d’acqua, aggiungo, sono arrivata a piedi.
Alle pareti sono appese le teste di cinghiali e forse caprioli. Uno ha una specie di rattoppo all’altezza della mandibola. L’uomo tenta di piazzare una bici usata a una coppia in tuta da corsa. Le teste mozzate hanno la stessa espressione di alcuni fuorilegge visiti su un libro di storia, fotografati in posa, ormai morti, fra poliziotti sorridenti.
– L’acqua  la offro io, ma se non ti sbrighi te la offre anche qualcun altro
Ora il cielo è oppresso e devo quasi correre per arrivare all’auto. La portiera si chiude e poco dopo comincia il temporale.

Diario

Ora

È qui. Un senso appena più sottile della vista può rintracciarne l’assoluta presenza nei campi e nelle case che svaniscono nell’aria della macchina. Ed è anche i campi e le case e la voce delle argille nei metri più bui della terra.
È la lama dell’orizzonte che arriva, io guido e mi investe. Per lui infatti arriva tutto e tutto è dal mare, anche le creature dilavate dalle acque che ora fanno la farina dei travertini o dei calcari più puri, o i corpuscoli che premono senza numero nelle profondità, come visceri e allo stesso modo colmi, e caldi. Così i mostri e le bestie che talvolta trovano la morte asciugate dal sole e dall’aria troppo alta.
E io sono una cosa finta, questo lo comprendo schiacciando il pedale e controllando allo specchietto il colore delle gengive o la peluria delle guance.
Sono una cosa finta. Appena dietro la mia epidermide, si apre la valle dei morti dove essi mai dormono e mai aspettano. A ogni ferza d’aria, a ogni silenzio un occhio si dilata, una legione muove a tempesta. Forse sono la scimmia di migliaia di morti.

Ora

Jazz

In un parcheggio sotterraneo c’era un’auto coi finestrini abbassati e al posto del passeggero una anziana. Guardava qualcosa oltre le colonne, poi ha detto: I wanna go home, to my parents. To my parents.
E ha lasciato un’unghia a ticchettare sul cruscotto. Al posto del guidatore c’era una ragazzina. Ha alzato gli occhi dal telefono e l’ha abbracciata. E così sono rimaste, ad aspettare.
Non c’era musica nel parcheggio, solo caldo. Ma avrei giurato di sentire una lunga folata di jazz.

Jazz