Il panfilo Selene

Tanti anni fa promisi che ogni sera sarei andata al molo, nel punto dove le lucine fanno da porta al mare. Tu non lo sapesti, ma ogni sera ti aspettavo insieme ai pescatori, ero piena di una speranza del chissà-perché. Stasera sono tornata sulla massicciata del porto vecchio, dalla cintura di alberi che ancora sporcano le macchine una colonia di uccelli gridava di desiderio per il grande sud. Chissà se ti sei fermato, talvolta, a considerare quei corridoi tra le file di barche, dove passa il sole. Ogni cosa è un incipit. Ad esempio, era una bomba, il panfilo Selene, con gli interni color latte e il bar tutto di radica. Era ormeggiato da una settimana vicino a un ristorante di pesce, ma nessuno della compagnia aveva voluto passare il sabato in quel locale. Avevano preferito dare una festa a bordo. La domenica mattina restava qualche cartaccia sul ponte e impronte biancastre sui vetri di un elegante tinta rame, come si vedono negli alberghi. Il respiro delle ragazze accoccolate sui divanetti era quasi impercettibile. Poco più sotto, attirato dalla sporcizia, un banco di muggini muoveva le acque spesse, pieno di fame.

Il panfilo Selene

Una singola (anche intermittente) immagine di pace

Non è stato subito o veloce, ammirare chi fa bene con quello che ha. Perché è un esercizio della età adulta, che presuppone di aver fatto pace con i tumulti del mondo della rappresentazione e di essere capaci di volere bene in quel modo fluminale, quello che protegge la vitalità o addirittura esiste ancora prima. Ci vuole tanto tempo. Ma poi, che bisogno ha della mia ammirazione chi riesce a trovarsi in questo flusso perfino fatale? Ogni volta che si compone un equilibrio diviene chiaro quanto non importi il grado dei suoi precedenti tentativi. Certo, la sua gestazione può darsi abbia portato con sé un giudizio di valore, una certa collocazione su una certa scala. Ma tutto questo conta molto poco, accanto a una singola, anche intermittente, immagine di pace.

Una singola (anche intermittente) immagine di pace

La pergola

al suo rientro, proprio sul pianerottolo, rivolse uno speciale saluto al cortile degli ospiti stranieri, ora vuoto. la ghiaia rifletteva il ciclo lunare, giunto al suo apice, mentre i pali di abete che tenevano in piedi la pergola, ormai disossata dalle piogge di tanti anni, erano drappeggiati da una fila di luci da giardino, fasciate una a una da sfere di carta quasi color panna. dalle camere vicine, qualcuno parlava piano in tedesco.
carta di riso, pensò.
e con questo pensiero aprì la credenza delle erbe, raccolse una ciotola e mischiò una misura di sapone con un cucchiaio colmo di aloe e alcune gocce di oli essenziali, in una certa sequenza, adatta a liberare la pelle dallo sporco e dalle particelle ormai divenute estranee e prive di vita. mise sul fuoco poca acqua, pose in un filtro dei fiori secchi e attese col polpastrello che la temperatura fosse giusta per mettere l’uno e l’altra in una tazza. massaggiò l’addome, che le faceva male, e coi polpastrelli scese e scese fino a un punto che non ha collocazione, a una certa latitudine tra i genitali e l’ombelico, il luogo dell’energia che si lascia toccare. e considerò quanto fossero puntuali, le sue piccole falangi, e quanto a fondo potessero andare nel loro essere superficie su superficie. certo, la loro cecità era altra cosa da quella di mani maschili. e certo, tutto il male che da quelle mani era venuto, quelle mani di uomo ora forti, ora spirituali, in modi e per motivi diversi, non aveva a che fare con una semplice cattiva coscienza di chi l’aveva conosciuta, che sarebbe stata una cosa individuale, perciò accidentale. girò il filtro, che ora era umido e odoroso, e comprese.
era paura.

La pergola

diesel train

cammini sulla granella di tanti e tanti minerali che non sai e consideri la tua posizione, non del momento, ma in uno spazio un po’ più astratto, nel quale a un certo punto hai inciampato, tra il te desiderato e il disegno immaginato per esistere a te stesso. e hai la fila dei platani per compagna e il pulviscolo dei gas di scarico, il loro bruciore e i composti aromatici già in corpo, anche loro sottili, a loro modo, e generativi.
ma dimmi, non vorresti sentire una volta ancora il vetro che cala e l’eterna ragazza scalcagnata, che ti si fa dappresso, in una nuvola rock.
– oh, occhi scuri, sei stanco?
*My sister looks cute in her braces and boots*
– come dici?
*A handful of grease in her hair*
– sei affamato? sei malato?
*Get about as oiled as a diesel train*
– oh, ma tu…
*Get about as oiled as a diesel train*
– vieni
*Gonna set this dance alight*
– ti porto al mare.

quel che si ascolta aprendo il link, è Saturday Night’s Alright for Fighting, The Who

diesel train

Mare

Monto in macchina e riconosco qualcosa che non vorrei della mia natura, nel piacere che mi dà l’abitacolo pulito, il tracciato del navigatore proiettato verso sud ovest. In lontananza, il mare dei turisti, dove ogni anno convergono persone che lavorano e persone in vacanza, sempre più simili tra loro. Sono gli ultimi anni, questi, in cui potremo credere all’aria del mare, che liberi i polmoni e faccia stare meglio. Gli anni dei bianchi dei muri a calce, dei pini folgorati dalle correnti atlantiche. In un piccolo movimento di tempo, che già si sta preparando, avremo dimenticato. E il mare non sarà più un luogo degli anni Settanta e Ottanta, di mesi tra parentesi, di vestaglie, di canniccio, di zoccoli, di zanzare, di bambini. Sarà forse un luogo di adulti molto ben disciplinati su come interrogarlo, senza ciuffi di panna, senza venature, forse con diverse necessità di strappargli dell’altro che non so. Io, per me, indosso le cuffiette e misuro le battute di un duetto – dopo tanti anni di timidezza, anni che non mi perdoneranno, tento i colori e le intenzioni, e sento un tenore innamorato, nelle profondità del cranio, che non sta rispondendo a me. Il sole pesa, svanisce tutto. E io, chissà con chi sto duettando.

Mare

Unità

C’è una compassione che risponde alla frequentazione di un piano misterioso, in cui essa semplicemente è, e non dipende dal suo oggetto. E c’è il suo “inscenamento”, che con la prima condivide i segni tangibili, e che entra in gioco sul piano relazionale, nella nostra relazione con gli altri. Per ogni sentimento penso sia uguale. Non voglio dire che c’è una compassione vera, la prima, e una compassione finta, la seconda. entrambe vere nel loro essere, diverse nel loro risuonare. Le immagini giocano con la seconda compassione (la seconda rabbia, la seconda quel che ci pare). ma la seconda, a differenza della prima, interroga il suo oggetto, lo pesa e se ne stanca perché non vede la sostanziale unità del tutto. Perciò pensa che un uomo non sia tutti gli uomini, tutti gli uomini non siano tutti gli animali, tutti gli animali non siano tutti i viventi. E tra i suoi diaframmi si infiochisce e muore.

Unità

Sere d’estate

questa cosa domani forse sarà il ricordo condiviso, quello delle serate estive cui pensano tutti, delle stanze che pulsano ancora dell’occhio solare, le tende a striscioline, di quando si spacca l’anguria e si ascolta il calcio e la musica latina. ora impiastricci il telecomando e partono le papere. c’è un crostaceo preso tra il pollice e l’indice, da una cassetta di ghiaccio, che mette tutto quel che resta nel pizzicotto della chela; c’è la trota appesa per il labbro, senza respiro, che schiaffeggia il bambino in posa e finisce in un secchiello; c’è un pappagallo, solo, che prova e prova a parlare con un suo simile nello schermo di uno smartphone; c’è un nidiaceo imprintato al passo di un paio di Nike, che corre loro incontro con tutto l’amore che può; c’è una cavia buttata su un divano, col cuore impazzito, nell’abbraccio di un gatto sazio.
da sempre, c’è quel che c’è.

Sere d’estate