Una stanza color albicocca

Non sono in un luogo. C’è uno spazio grattato nella roccia e lo occupo di faccia, col naso, con le mammelle, con le fiocche dei piedi e ogni altra sporgenza premuti sulla superficie. La roccia si impolpa, un peso che esprime una diversa scala delle temperature avvicina le ossa alla pietra, che è salata. Il respiro rimane nel naso, i denti si intaccano sul granito nel tentativo di prendere aria. Sono cosciente dei miei occhi, già cotti, e chiusi, e della grande fame della terra. Eppure monta intorno un orizzonte di tempi e di creature, e ciascuna porta quello che ha patito. Sono goccioline che sciolgono il grasso della schiena, o che penetrano nei piccoli nodi elettrici dei nervi, alla base delle gambe. Il mio unico fiore cola il pianto lungo l’incavo della coscia. Sono sola? Siamo molti?
Nella sospensione delle eternità possibili però c’è anche altro. C’è un ingresso in penombra, una colonna dove dorme un telefono vecchio e dei quadretti di calendule e fiori di glicine. Fuori, sono uscite le api a bottinare i ciliegi e l’aria è tutta gialla per i pollini e il sole del pomeriggio. La porta è socchiusa, di là, lo so con tutta me stessa, c’è una stanza color albicocca, un pianoforte di noce e persone che ridono, e cantano. Tra poco, mi dico, sarò con loro. In salvo.

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Una stanza color albicocca

Giovanni della Croce

L’effige era chiara, la interrogavo perché ritraeva Giovanni della Croce. Taceva, e intorno a lui gli faceva coro un paesaggio di pietre cotte. Desideravo che egli premesse gli ori e la membrana che lo teneva al muro e mi guardasse a sua volta. I platani hanno risposto coprendosi di polvere gialla. San Giovanni della Croce ha svolazzato, spostato dal soffio del calorifero, la pelata a guscio di pistacchio. Questi spagnoli, penso. E poi penso che non ci sia niente, proprio niente.
E tu sei arrivato. Pieno di fame.

Giovanni della Croce

La tigre

Cosa è la tigre? Prima che nascessi, prima che non lo sapessi, di certo era un’altra cosa. Ora però ho chiamato il suo nome, e chiaramente gratta alla porta. Eccola scendere dalle stelle, piena di latte.
Fuori schiocca un merlo. Sbattono i bambù.
Eccola, striscia davanti alla stufa insieme al melo e alla repubblica, ai cirri scoperti da così poco, a tutte le parole della musica che ancora fanno confusione e ai sanguinelli infarinati di cenere.
È così che succede, che arriva quel che si chiama. Arriva sempre dalla sabbia di tutte le cose. E certo, è un’altra cosa.

La tigre

Il cane barbone

Era un cane barbone. Non lo conoscevo, ma era chiaro che il latrato fosse spinto, la posa era tutta tesa. Mi si rivolgeva laggiù, su un impiantito che correva da est a ovest. Un unico setto di vetro, uno specchio liquido, incideva lo spazio, che per il resto era buio, immenso. Il medico, con una torcia da speleologo stretta sulle tempie e i denti tutti slogati urlava: lascia perdere. Intanto lo trattava duramente.
Un cuscino di pelame corvino si addensa al mio braccio. Ora il barbone urla, io penso: vuole giocare.

No, no! Preconosce l’azione il dottore e la vorrebbe fermare. Ma ho già liberato il cuscino nell’aria, e quello veleggia leggero. Il cane si è lanciato oltre gli spazi, quasi lo prende il buio, ma oltrepassa l’aria e il cuscino e si tuffa nello specchio, l’unico setto che c’era prima del nulla. C’è un rumore di legna secca, una torsione, e il barbone è per terra, gli arti slogati e impazziti. Il medico professore in camice con una croce nera ride per rimettere in sesto la macchina tutta sciupata.
Voleva solo giocare, piango un poco, tutta dentro di me.
Stava attaccando se stesso, mi viene risposto prima dell’alba.

Il cane barbone

Un pomeriggio ferrarese

Era forse una delle vie che tratteggiano il ghetto ebraico di Ferrara, una strada quasi consunta di pulizia, tra edifici di cotto. C’era scritto “gastronomia vegetariana”. Abbiamo assaggiato un cartoccio di mujaddara, il riso e lenticchie cotto nella parte grassa del cocco, insaporito con la cipolla stufata e le verdure fresche. Poi l’hummus di ceci miscelato con la crema di sesamo, thaina, preparata in casa emulsionando i semi e l’olio. Per finire, un trancio di nammoura, un impasto di semolino e cocco imbibito dell’aroma dei fiori d’arancio.

I fratelli che gestiscono il locale sono cresciuti in Giordania e ferraresi per parte di madre. Si offrono di prepararci anche il salep, una crema a base di latte di riso in cui cuoce dolcemente il cardamomo, addensata con una qualche parte di orchidea selvatica, da mangiare caldissima e spolverata di cocco e cannella. La comunità cristiana ortodossa giordana, spiegano, nel tempo di quaresima osserva un regime a base strettamente vegetale, ormai da secoli. Ciò ha generato una tradizione culinaria ricchissima e sconosciuta in Italia. Qui ovviamente ci sono altre cose. Ci propongono di assaggiare le crepes di farina di castagne e la farinata di ceci, portata a Ferrara, pare, dal lucchese Armando Orsucci, ormai alcune generazioni fa. Parlano con l’accento cantilenante dell’alto Italia, le zeta dolci e significative virate di pronuncia nelle parole di matrice straniera. Vorrebbero aprire un ristorante più grande, in una posizione più centrale. Quando succederà, promettiamo, torneremo per festeggiarvi.

Attraversiamo la città verso il cimitero ebraico delimitato da una cinta di mattoni e una alta porta bianca. La custode che fa firmare il registro dei visitatori si appoggia a una stampella. Passeggiamo tra le steli sottili come biscotti per lo più spezzate e attaccate dal muschio, schiacciando sorbe ancora succose. La luce è bassa, le urne senza fiori e larghe porzioni di spazio sembrano ancora orfane di lapidi. Da lontano arriva il vento delle grandi superfici asiatiche. Ci stringiamo come davanti a un dio antico.

Un pomeriggio ferrarese

O wie selig werd ich sein!

Studio in un modo che difficilmente in passato avrei ritenuto praticabile. Mentre cerco di decifrare un passaggio mi accorgo dall’odore che la cipolla ha rosolato abbastanza nel suo olio. La raccolgo, già bionda nel cucchiaio, e cerco di ripercorrere l’andamento delle parole e il loro intrecciarsi con la frase musicale. Poi succede che il cane abbia bisogno di uscire e quel che ho compreso negli ascolti lo tamburello sulla coscia, per non perderlo. Mi sono data tempi fluidi ma un iter ben tracciato. Prima c’è il testo, con la sua sintassi e il senso che abbiamo tutti imparato ad assegnare frequentando la parola parlata e dopo scritta.
Poi ai versi viene dato il ritmo, e qui la cosa è un po’ buffa e un po’ ritorna all’inizio dei tempi. Già la gola vorrebbe aprirsi di più, prefigurando il disegno che fa da pilastro alla musica. Ma no, si parla con la voce un po’ misteriosa della cantilena, e sembra un battere di legnetti vuoti. Poi viene l’intonazione e per lo più le mie capacità mi impediscono di andare oltre. Sono piani complessi, sì, ma ancora inanimati.
Talvolta, invece, tutte queste rotelline prendono a vorticare da sole, mostrando qualcosa del disegno che forse le ha suscitate. In quei pochi momenti la forma trabocca e si può finalmente fare l’amore, sia che si canti di quello sia che si dia voce a un lamento di morte o una musica di guerra.
 
davIn queste due battute della cantata BWV 61 di Bach il testo dice “O wie selig werd ich sein!”. Ho cercato il significato in italiano (purtroppo non so il tedesco e non ero sicura che la versione in inglese fosse puntuale), e ho trovato: “Oh, quanto sarò beato!”. La prima nota, quella a cui è affidata l’esclamazione “oh”, è la più lunga della battuta in cui è contenuta. Il mio orecchio però, voleva che questa esclamazione si prolungasse anche alla nota più breve che segue e che la cellula “wie selig” (che penso voglia dire: “quanto beato”, ma correggetemi se sbaglio) cominciasse giusta giusta con l’inizio del tempo successivo. Eppure, se si pronuncia il testo rispettando il ritmo che gli è stato assegnato, sentiamo una esclamazione che resta come sospesa per poi calare leggera sulla parola successiva, e da lì fiorire in un disegno essenzialmente vivace ma composto. Nella registrazione di Anne Sofie Von Otter, lo si sente al minuto 2:23, qui:
 
Quello che si ottiene, cioè, è qualcosa di simile a una risata, ma potrei dire di aver sentito piangere qualcuno con lo stesso ritmo e la stessa grazia. L’effondersi poi della melodia, la successione dei suoni, io non so come suonasse all’orecchio dei contemporanei di Bach, se fosse audace o già conosciuta. Per me è un arruffarsi di ali, il chiacchiericcio dell’occhiocotto nella gariga, o ancora un piccolo trotto e crini impregnati di erbe. Non so come altro spiegarmelo, o perché un bisticcio tra la mia fiacca aspettativa e questa scrittura piena di geometrie divine mi tenga così a bocca socchiusa.
Forse è lasciarsi toccare finalmente dalla forma della gioia, e trovare in essa i crismi di una condizione, più che di un risultato. Ed è quello che auguro a ciascuno.
O wie selig werd ich sein!