Corpo vivo

Una cosa semplice come levarsi un dente mostra la pluralità di cui sono composta: il velo di vite microscopiche sullo smalto, sulla pelle, le elettricità che compongono ogni mio piacere sono tutto quello che io sono e sono anche dell’altro. Il dentista mostra una lastra dove i miei molari affondano in una polpa bruna,  il giro delle radici riposa i suoi piccoli grani di calcio e di nervi e rivela le sue anime bianche. Bisogna vedere una lastra per capire la distanza tra un universo e un perno conficcato in un osso, quanto sia violenta perfino un’ipotesi di guarigione, perché questo è un impianto, non è vero? Il dentista scuote la testa, mi domanda che studi abbia fatto. E io me ne vergogno, mi vergogno piano come i vecchi quando capiscono che le cose sono andate avanti. E assurdamente sentono che quello che viene fatto a ciascuno  è fatto al corpo vivo dell’universo. 

Corpo vivo

Sorelle 

​Hai cucinato la torta di compleanno quando tutti già dormivano,  impastavi e sei diventata un po’ più piccola, un po’ più esigua, come le formiche che riescono a fare tutto. E al mattino hai indossato i tacchi,  hai avvolto la torta in una carta e sei andata dalla parrucchiera alla quale hai suggerito di mietere la tua messe di riccioli un po’ bruciati d’ansia, sulle punte, prima che l’ufficio aprisse. Ti ho vista nuova e piccola, come le formiche,  pronta al pomeriggio e poi alla sera.  Ci siamo trovate come ogni giorno lavorativo sulle nostre sedie di carta, davanti ai nostri terminali incrinati, col telefono e la sua farina fra l’unghia e il dito, la posta e le altre tigne temporali, nella parvenza di un ufficio a figurarci una giornata in cui poter esistere e stare. Ci siamo salutate come sorelle,  senza parlare,  e in qualche modo siamo andate avanti. 

Sorelle 

La rosa di Gerico

​Di tutte le piante ho trovato quella più bella, è la rosa di Gerico. C’erano le rampicanti, gli agrumi carichi di foglie, la rosa di Gerico sognava in una cassetta di legno.  Nel bisogno può stare chiusa per anni ed è solo un pugno di fieno, ma  un velo d’acqua l’apre come una sposa e l’odora di manna e di grano. Scivola sul tempo come cosa leggera. Per questo è detta pianta della resurrezione. 

La rosa di Gerico

In ferie

Libri impilati sul tavolo della mia casa d’estate.

È strano per me sentire i vicini. C’è chi gonfia la piscina in giardino, chi prende il sole, chi parla di muretti a secco e di faccende col dirimpettaio. Siamo improvvisamente in tanti. Ora nessuno di noi ha a che fare col mondo ideale e  schiacciante di certa vita lavorativa,  o con quello rabbioso di cert’altra. Eppure ci siamo tutti dentro e presto ci ritorneremo.

Libri sul tavolino, ma già so che non li leggerò perché sono  troppi e questo  tempo di riposo  non è così profondo come speravo.

Mi salva il pensiero di mia madre, quando dormiva nel lettone delle infinite mattine di giugno, al termine della scuola. Senza saperlo, coglievo la qualità della sua pelle allora di trentenne, che si lasciava segnare dalle posizioni del sonno,  e pur essendo già liscia ritornava del tutto tersa con calma, con una certa, dovuta, maestà. E non c’era nulla di più nudo della posa del suo piede sul cotone fresco. E quando si alzava scaldava il latte, se la pregavo cantava una canzone. E tutto cominciava daccapo.

In ferie

Prima di dormire

Dal letto ho la visione dei piedi segnati dalle punture d’insetto.  Lungo la linea del femore e polpaccio germogliano i peli, come dolci ninfee . Sentono la luna, le civette, i lampioni. Anche l’acqua del cane sbrodolata sul cotto. 

Fuori l’aria nutre il bitorzolo del ciclamino che ormai è quasi un cranio calvo. Il volto  bulboso preme nel coccio della piccola conca, già gravido e infelice per l’anno che verrà. 

Stavo scordando. C’è anche il mio dente fessurato di fresco che ancora freme e batte per  l’operazione su una lunga poltrona sterile. La lingua lo cerca e un muscolo illanguidisce lungo il connettivo della coscia. Di riflesso, perlaceo, quasi un nervo d’inguine. 

Ancora fuori una radio racconta la partita, forchette e calici di bianco. In qualche piano superiore qualcuno tira l’acqua. L’ultima battuta prima di addormentarmi. 

Prima di dormire

Baratti 

Baratti la generosa, con i motorini, la polvere e il braccio aperto del golfo mi ha salutata una mattina di luglio. Sulla costa si affacciano i perimetri circolari delle tombe dei principi guerrieri, sopra, quasi nel folto del bosco di ornielli, riposa la cava etrusca più recente, dai cui visceri di calcarenite si dipana una città di nudi budelli scuri. Ognuno è una lingua e ogni lingua un’entrata un tempo interdetta da pietre e detriti. Ora si può scendere, le pareti innervate di radiche e lunghe bave di umido scivolano su letti di pietra, più sotto i pavimenti crepitano di roccia e terre rosse. Come case, come grotte.

Mi siedo, si rafforza la memoria di una penosa discesa di liquidi e linfe, la collina quasi si tende, delle persone che hanno  a lungo dormito qui non se ne conserva traccia. Avevano con loro oggetti e monili, calzavano sandali adatti a un viaggio lunghissimo, negli occhi squillavano ancora piccole braci di rogo,  memoria della loro ultima esperienza di vita terrestre.

Di costoro non si conserva traccia, se non per la voglia disarticolata delle terre di chiudersi sui loro cubicoli. (I turisti fotografano  le porte della necropoli con il biglietto nel marsupio e il pranzo fasciato nella plastica. ) La fame disarticolata delle terre di chiudersi e ruggire sui corpi dei viventi.

Baratti 

autolavaggio

all’autolavaggio di luglio, i capelli appiccicati, le spazzole industriali e i rulli in funzione.
lungo la strada la coda e me come un involucro in cui cola tutto il mio succo. sento che monta, tutto il veleno del giorno già sta per guadagnare la notte.
ah, devo prendere la pistola, bagnare il guscio e il parabrezza, raschiare. mi muovo sempre più piano, lungo i vetri croste di terra e moscerini, in alto ronzano i neon.
forse sono come la pupa obtecta che dorme nella sua tenera cuticola in cui si saldano le piccole appendici, il capo senza quasi mandibole, senza poter mordere mai. essa dorme e dorme del suo sonno gonfio di linfa. ogni cosa in lei attende di assottigliarsi, aspetta le giuste sostanze alle proprie durezze, ai propri colori. finché un piccolo rostro non la incide dal di dentro, per squarciarla a una vita migliore.
autolavaggio