I can’t get no satisfaction

Scorrono le vigne, le mani sulle 10.10, in bocca muco e menta chimica. a volte le ossa sono appena elettriche e le puoi sentire scorrere, anche se non sembra. Se solo potessi liberarmi la lingua da questo burro che sa di medicina. E poi il vapore d’acqua, dappertutto. Per questa estate dei morti i ciclamini dormono e la veronica è livida, l’elleboro scosciato. Ci sono già state le cimici, che hanno riempito le fessure e posto le uova in luoghi che ancora non so. Ma ricordo ancora l’odore, e so che torneranno. Fa caldo, perché sostanzialmente il mondo va a puttane. L’ovest è lontano e no, oggi non puoi venire a dirmi che devo stare buona, che è tempo di ascoltare. La radio accende i platani e il bidone della spazzatura, il vento abbatte uno shopper mezzo pieno sul ciglio, Mick Jagger canta da solo – I can’t get no satisfaction

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I can’t get no satisfaction

Stellina

Comincia con una piccola brace, una stellina polare nel punto centrale dell’occhio. Da lì la macchia nasce e prosegue, mentre sotto di lei il visibile si torce come una presa di tabacco arso. Finisce con una breve cecità. Oh, come è chiaro, adesso, che un occhio non è altro che un occhio, una cosa umida e soda, che non andrebbe presa molto sul serio. Eccolo. Così, muto, si ritira alla sua prima dimensione, quella che aveva quando ancora non era colmo di aria e di astrazioni, e riposava nel buio, come un uovo di merlo. Sulla sua membrana, ora, il torrente sanguigno pulsa a una profondità dolorosa. L’altro occhio, che tutto questo non sa, nuota ancora nel mondo della luce, postulando spazi e le loro derive di tempo.
E ancora sogna.

Stellina

Una lunga lunghissima apnea

Le parole non erano comprensibili ma importava di più il loro cerchio che ha dilagato fra gli scaffali come cavallette nella razzia del campo. Si batteva la mano sulla coscia e le gettava addosso la lingua, in un accesso di cui eravamo tutti un po’ partecipi, con le borse nei carrelli, a poco meno di un’ora dalla chiusura delle casse e già in qualche modo presenti alle tante auto nel parcheggio, svuotate di ogni energia, in attesa di tornare a casa.
E lei era grassoccia e leggermente imperlata e scorreva le fessure d’aria fra i pacchi di patatine e le casse dell’acqua con lo stesso bisogno di una lunga lunghissima apnea.
Stai Calmo, stai calmo. Le suggeriva di dire il bisogno di ossigeno. Stai calmo. Al primo martellare del petto. Stai calmo, e ora pregava, ma ormai era già cieca.
Lui ha inciampato nella cassa e ha aggiunto l’incidente al conto. Ha pagato, poi l’ha presa per un braccio e sono rifluiti nel flusso, senza che io ne abbia saputo più nulla.

Sapete chi siete. Se sapeste quale peso siete per voi stessi e la vostra costellazione sfortunata di vite e interessi, quale tristezza portate, quali ossa e nervi, o quali fantasie spegnete. Quante notti rubate al riposo altrui, o quanto sangue esce dai piccoli morsi procurati nelle guance sfinite o dalle ferite più grandi. Quanti racconti avete sfregiato e quanti ricordi avete reso tristi e volgari. Se sapeste, forse vi sfilaccereste come un velo troppo vecchio per sopportare una carne viva – e finalmente entrerebbe il sole.

Una lunga lunghissima apnea

Le ali

Spazzavo e nel mucchietto di polvere c’erano due ali, erano come mandorle grigie e separate. Respiravano ciascuna come poteva con i mulinelli della scopa, senza più un corpo che le facesse gemelle. Possono ancora volare, pensavo. Allora dal mucchietto di polvere si è alzata una farfalla viva, ha turbinato con loro qualche momento poi si è allontanata, scossa, e come folle.

Le ali

Sāvan

Il mio tavolo è piccolo, dal soffitto pendono drappi di fiori di plastica e un apparecchio diffonde canzoni un po’ struggenti, dal ritmo in piena e una linea melodica tormentata. Non capisco una parola, perciò posso fantasticare, e mi immagino che siano le canzoni della stagione delle piogge, quando i monsoni ostacolano l’unione degli amanti. Sāvan, mi pare di sentire. Ma me lo sono sognato.
Accanto a me, una signora dalla pelle della qualità dei datteri odorosi, parla con una famiglia che sembra in vacanza, e le risate tintinnano.
Per quel che mi riguarda, aspetto che mi arrivi un piatto di verdure cotte in una pastella speziata e le focacce sottili soffritte nell’olio, su cui si sfrega l’aglio fresco, che sono forse il vanto del locale.
Fuori, le botteghe hanno appena chiuso e le persone cominciano a fare capannello in piazza, sperando che si levi un alito.
Poco prima, in quella piazza ci passeggiava una donna, un po’ inclinata sotto il peso della borsa. E questa donna ha trovato la propria gemella che la guardava dalla vetrina di un negozio di filati. Ed aveva gli occhi così segnati, e la bocca così fioca che le ha rubato un sospiro quasi di dolcezza, come forse non capitava da molto.
“vecchia mia, a casa non c’è nessuno e non si può dire che questa sia stata una buona giornata”
“Per niente” sembrava rispondere la gemella.
“Allora sai che facciamo? Stasera ti porto a cena. Andiamo al ristorante indiano”.

Sāvan

La telefonata

Lascio la macchina al ponte sul molo e percorro la passeggiata in direzione nord. Incontro persone in maniche corte che parlano a voce alta. L’aria ha odore un po’ acido e salino, ma sa anche di forno e di deodorante e di burro cotto, e in un passo indietro torno ai miei otto anni, con la borsa di plastica ammorbidita dal sole e la sabbia nel costume. Talvolta si mangiava crepes al cioccolato, servite su dischi di plastica, e quella era la gioia maggiore delle nostre giornate estive.
Mi fermo al negozio di dischi e tiro su una registrazione di un concerto di Monteverdi, eseguito a Firenze qualche anno fa. Saluto il cassiere con un buonasera e lui risponde ciao.
In quel momento squilla il cellulare e so che devo raggiungerti nel luogo stabilito.

La telefonata

In quelle trine morbide / appunti musicali

manon.jpgNel secondo atto dell’opera che porta il suo nome, Manon Lescaut considera l’alcova del palazzo di Geronte, il ricco cassiere di cui è divenuta amante, e rimpiange i momenti trascorsi col giovane Des Grieux. È l’aria “In quelle trine morbide”.

Per me, è costruita in due parti.

In un primo momento, Manon richiama il proprio presente

In quelle trine morbide… nell’alcova dorata v’è un silenzio gelido, mortal v’è un silenzio, un freddo che m’agghiaccia!…”

Il suo disegno, e la sua consapevolezza, si muovono nella tonalità di Mi bemolle. Ella si guarda intorno e considera il proprio presente. Sotto di lei e con lei, un tarlo sonoro la incalza a ritmo di sincope e la sorprende, viva e presente, protagonista di un ricordo insopportabilmente lontano

Ed io che m’ero avvezza a una carezza voluttuosa di labbra ardenti e d’infuocate braccia…”

Il disegno tracciato da Manon è lo stesso, ma siamo passati in Sol bemolle. E ora l’orchestra si muove, e cresce, con lei. Ma nel montare affabulatorio e sensuale della protagonista, il sogno riprenderà il sembiante del presente. Proprio nel momento massimamente estatico

or ho… tutt’altra cosa!…”

il canto di Manon è tornato al qui-e-ora e alla sua tonalità iniziale, e riprende forza la dolorosa intermittenza ritmica della sincope, dell’insoddisfazione, del dubbio.

La seconda parte dell’aria è in Sol bemolle. È la tonalità del ricordo. Ma un ricordare che è quasi reverie. Dirà Manon

O mia dimora umìle, tu mi ritorni innanzi… gaia, isolata, bianca… come un sogno gentile e di pace e d’amor!”

E così facendo apporrà al proprio desiderio il sigillo del destino.

In quelle trine morbide / appunti musicali