Le case dei miei sogni

Le case dei miei sogni non sono mai cambiate.

Lo spazio, il tempo e l’identità, nei sogni, sono fenomeno e matrice gli uni degli altri, così che può esserci un tempo di spazio e di identità, una autocoscienza può sostanziarsi in un luogo o stillare in una percezione senza preavvisi. Sono vie e flusso. Sono lente anche nelle velocità e non se ne può parlare. perché altrimenti bisognerebbe dire, credo, che abbiamo tutti ricordo di quando fummo terra oppure alberi, di come fosse strisciare e delle gravidanze tempestose di tutte le acque. Poi del verme delle violenze dei tempi, per le quali qualcuno è stato impiccato, ed era l’impiccagione, qualcun altro ha accolto il filo della lama, ed era il fendente, o è stato trapassato dal fuoco, ed era lo sterminio.

L’intreccio del mio sogno è un intero, anche quando mi porta in lunghi momenti di buio e pare che ogni cosa immaginata sia più di quel che potesse essere pensato.

Ma le case sono una mappa. Le ritrovo a distanza anche di anni, come fossero lentiggini senza una meta e senza un disegno, in atolli abbaglianti, nella roccia, o sperse come spelonche nella bruma infernale. le loro mura sono anch’esse via e flusso, eppure posso ritrovare le stanze. ci sono passaggi che ho rinvenuto intatti, con infinita commozione, dai miei vent’anni.

A volte succede che qualcosa di grande di cui faccio parte si faccia urlo e le porti nel buio senza che io sappia per quanto ne sarò separata.

Ma io so che le loro crete vive sono la mia città.

Così sogno.

E aspetto.

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Le case dei miei sogni

La pieve di Santo Stefano

Santo Stefano è un’unghiata di calce accesa, i suoi piedi sono di cocci e gli ulivi le fanno festa intorno. Per arrivarci ho lasciato la pianura già appannata per il primo caldo e sono salita fra le pratoline e gli agli selvatici come non fosse ancora successo. Guidavo con dolcezza, come fossero importanti le plastiche e il tessuto o lo smalto della carrozzeria. La macchina si faceva coerente e leggera, curva dopo curva, con le vie più strette, finché ho incontrato un nuvolo di ortiche ed erbe tenere, e il profumo di miele era tanto sommesso e vivo, come un tempo che si mostrasse nel suo improvviso presente, che è stato meglio proseguire a piedi.

Camminare può diventare qualcosa di difficile, perché è una frequentazione alla quale dispiacciono leggerezze e abbandoni. E io, lo riconosco, son stata tanto lontana. Ma la pieve di Santo Stefano si è mostrata ugualmente come una sposa o una unghiata di calce che in questo nostro mondo fisico ha preso la forma di una chiesa. Ma è anche una rocca spazzata dai tempi e io ci sono tornata perché ricordo, fra le sue pietre late, di aver stretto un corpo e di averci sentito del sale, e ricordo di averne toccato i cipressi che piangevano i loro frutti, e di aver detto, ancora trasognata, ancora piena di luce che muore: ma questa, questa sono io!

La pieve di Santo Stefano

Segni

Ci permettiamo segni clandestini, come una certa inflessione prima di chiudere una conversazione al telefono, o come quando proviamo a riconoscerci nel quotidiano più sorvegliato, magari nel discorso di circostanza dopo aver concluso un accordo, quando si ripercorrono le condizioni e la forma del documento perché sia tutto in ordine, e nel momento in cui nessuno presta attenzione magari cade una parola sul mare, sulla luce, su qualche immaterialità. E qualcosa di là, nell’altra persona, si lascia trapassare, e se ne può sentire il varco senza che nulla sia cambiato. Talvolta è un sigillo più leggero, come ricordare a qualcuno il piacere di una storia o di una musica, o l’amore per le taccole o il modo giusto per far lievitare il pane. È come lanciare i dadi, la parola scende e scende finché non se ne può più seguire la traccia.
Ma ora noi sappiamo di esistere gli uni per gli altri.
Ora il nostro silenzio è un’altra cosa.

Segni

Luna

Questa luna che viviamo ha quasi cinque giorni. È una massa bambina, tutta latte, che riempie i capelli e fortifica le scorze. Invita i cuori più piccoli all’unico battito. Tende al ciclo che le colma piano piano il volto. Ma già nel suo trascorso deperire prometteva nel buio cose su cose e ci trovava inquieti, incapaci di fare silenzio. In queste mattine, ora che le erbe sono indurite e curve o cotte dal ghiaccio, le foglie degli acanti brune e i rami della mimosa prostrati da forze antiche, il sole viene e porta qualcosa di maschile. Già sono chiari i succhi che si preparano, i piccoli animali pronti a moltiplicarsi nell’aria e sulla più tenera superficie terrestre. Già nella terra imbevuta c’è la qualità della polvere e i cieli sono gonfi e dilatati. Pronti a farsi bruciare di nuovo.

lo pubblico oggi, ma è uno scritto del 20 febbraio, quando appunto era in cielo una luna di cinque giorni

Luna

Fare il pane

Non faccio il pane perché ne abbia bisogno. Ogni giorno sul banco ne trovo di ogni forma. Il sapore di questi molti pani è buono e il prezzo ancora ragionevole. Potrei ogni giorno far crepitare il coltello oppure spezzare con le mani un pane diverso, tradizionale oppure tipico di posti molto lontani. Ma la sera passo il sapone sulle scodelle sporche della cena, poi mi bagno le mani di farina e comincio. Prima una fontanella vaporosa, poi col dito la sento sciogliersi nel bianco dell’acqua e so che prenderà la forza viva della pasta. Lo faccio perché sono costretta a immaginare veloce, e ogni giorno la mia conoscenza è sempre più vicina a una nuvola. Ma il corpo questo ancora non l’ha capito, e io così gli uso gentilezza. Lo so, gli dico mentre mi sbilancio dolcemente in avanti, mentre la pelle si profuma nel tuffo nel grano. Lo so è passato troppo poco tempo e voi mani ancora ricordate tutto, anche se voi proprio in carne e ossa non l’avete mai vissuto. Ma non importa. Stiamo qui. E facciamo pace.

Fare il pane

Incontro

Proprio sulla strada, nel traffico del rientro. Lui allo sportello automatico, finisce quello che deve fare e dondola la testa da giù a su, di lato, come quando tanto tempo fa si stava forse accosciati su qualcosa che non doveva esserci sottratto. E ha una giacca di nylon e la testa rasata, il collo segnato e l’occhio che buca, ed è magro in modo strano per questo secolo qui, perché lo sembra per molto spendersi. È giovane. E subito al suo scostarsi una ragazza fa una corsetta da coda di cavallo e si appoggia alla macchinetta, con il muoversi di chi ha freddo. Perché ha proprio un velo di leggings e una specie di blusa di peluche. E i capelli più chiari della sua carne.
Guardatevi.
Io prego, provo un incanto a denti duri, con tutto quel che può il mio occhio.
Voltati, vedi quel corpo appena schiuso, fatti trovare nel profilo che taglia. Vedi chi c’è in quella carne, che poi è qualcosa di tutte le carni.
Ma no. Hanno paura, hanno fretta. Non credono più.

Incontro

Venezia 

La gente corre, anche a Venezia corre. E si capisce, perché più che architetture le acque e le pietre propongono fughe tra spazi stretti e altri quasi insostenibili, gonfi di sale, cupole e volute di gabbiani. Pietre bianche e lunghi, carichi venti dell’est. E tra queste frizioni di volumi e di tempi ci sono le stoffe guardate a vista nei negozi più preziosi, le maschere e i banchi più poveri lungo le strade meno battute. Molti palazzi mostrano epidermidi macere o rabberciate di cemento e nei canali l’acqua è sempre fessa, sempre un po’ mescolata dalle barche a motore che si accavallano per portare oggetti, scaricare immondizia o condurre persone. 

Ma ci sono ancora uomini e donne che scelgono le verdure al mercato, e parlano stretto. E negozi che vendono babbucce dagli orli appena lucidi, che ricordano ori leggeri. 

È come venire da lontano, si è subito stanchi. Abbiamo trovato un bar con le paste pizzicate a mano, frutta secca, pani speziati e larghe spume di meringa. Per conto mio, mi sono persa a parlare della giusta morbidezza della scorza dell’arancia amara quando la si volesse tuffare nel cioccolato per farne bon bon, e parlavo lento quasi come fosse domenica mattina, con una signora dal dolce accento del nord. E l’acqua montava, in un basso movimento di marea

Venezia