Un pomeriggio ferrarese

Era forse una delle vie che tratteggiano il ghetto ebraico di Ferrara, una strada quasi consunta di pulizia, tra edifici di cotto. C’era scritto “gastronomia vegetariana”. Abbiamo assaggiato un cartoccio di mujaddara, il riso e lenticchie cotto nella parte grassa del cocco, insaporito con la cipolla stufata e le verdure fresche. Poi l’hummus di ceci miscelato con la crema di sesamo, thaina, preparata in casa emulsionando i semi e l’olio. Per finire, un trancio di nammoura, un impasto di semolino e cocco imbibito dell’aroma dei fiori d’arancio.

I fratelli che gestiscono il locale sono cresciuti in Giordania e ferraresi per parte di madre. Si offrono di prepararci anche il salep, una crema a base di latte di riso in cui cuoce dolcemente il cardamomo, addensata con una qualche parte di orchidea selvatica, da mangiare caldissima e spolverata di cocco e cannella. La comunità cristiana ortodossa giordana, spiegano, nel tempo di quaresima osserva un regime a base strettamente vegetale, ormai da secoli. Ciò ha generato una tradizione culinaria ricchissima e sconosciuta in Italia. Qui ovviamente ci sono altre cose. Ci propongono di assaggiare le crepes di farina di castagne e la farinata di ceci, portata a Ferrara, pare, dal lucchese Armando Orsucci, ormai alcune generazioni fa. Parlano con l’accento cantilenante dell’alto Italia, le zeta dolci e significative virate di pronuncia nelle parole di matrice straniera. Vorrebbero aprire un ristorante più grande, in una posizione più centrale. Quando succederà, promettiamo, torneremo per festeggiarvi.

Attraversiamo la città verso il cimitero ebraico delimitato da una cinta di mattoni e una alta porta bianca. La custode che fa firmare il registro dei visitatori si appoggia a una stampella. Passeggiamo tra le steli sottili come biscotti per lo più spezzate e attaccate dal muschio, schiacciando sorbe ancora succose. La luce è bassa, le urne senza fiori e larghe porzioni di spazio sembrano ancora orfane di lapidi. Da lontano arriva il vento delle grandi superfici asiatiche. Ci stringiamo come davanti a un dio antico.

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Un pomeriggio ferrarese

O wie selig werd ich sein!

Studio in un modo che difficilmente in passato avrei ritenuto praticabile. Mentre cerco di decifrare un passaggio mi accorgo dall’odore che la cipolla ha rosolato abbastanza nel suo olio. La raccolgo, già bionda nel cucchiaio, e cerco di ripercorrere l’andamento delle parole e il loro intrecciarsi con la frase musicale. Poi succede che il cane abbia bisogno di uscire e quel che ho compreso negli ascolti lo tamburello sulla coscia, per non perderlo. Mi sono data tempi fluidi ma un iter ben tracciato. Prima c’è il testo, con la sua sintassi e il senso che abbiamo tutti imparato ad assegnare frequentando la parola parlata e dopo scritta.
Poi ai versi viene dato il ritmo, e qui la cosa è un po’ buffa e un po’ ritorna all’inizio dei tempi. Già la gola vorrebbe aprirsi di più, prefigurando il disegno che fa da pilastro alla musica. Ma no, si parla con la voce un po’ misteriosa della cantilena, e sembra un battere di legnetti vuoti. Poi viene l’intonazione e per lo più le mie capacità mi impediscono di andare oltre. Sono piani complessi, sì, ma ancora inanimati.
Talvolta, invece, tutte queste rotelline prendono a vorticare da sole, mostrando qualcosa del disegno che forse le ha suscitate. In quei pochi momenti la forma trabocca e si può finalmente fare l’amore, sia che si canti di quello sia che si dia voce a un lamento di morte o una musica di guerra.
 
davIn queste due battute della cantata BWV 61 di Bach il testo dice “O wie selig werd ich sein!”. Ho cercato il significato in italiano (purtroppo non so il tedesco e non ero sicura che la versione in inglese fosse puntuale), e ho trovato: “Oh, quanto sarò beato!”. La prima nota, quella a cui è affidata l’esclamazione “oh”, è la più lunga della battuta in cui è contenuta. Il mio orecchio però, voleva che questa esclamazione si prolungasse anche alla nota più breve che segue e che la cellula “wie selig” (che penso voglia dire: “quanto beato”, ma correggetemi se sbaglio) cominciasse giusta giusta con l’inizio del tempo successivo. Eppure, se si pronuncia il testo rispettando il ritmo che gli è stato assegnato, sentiamo una esclamazione che resta come sospesa per poi calare leggera sulla parola successiva, e da lì fiorire in un disegno essenzialmente vivace ma composto. Nella registrazione di Anne Sofie Von Otter, lo si sente al minuto 2:23, qui:
 
Quello che si ottiene, cioè, è qualcosa di simile a una risata, ma potrei dire di aver sentito piangere qualcuno con lo stesso ritmo e la stessa grazia. L’effondersi poi della melodia, la successione dei suoni, io non so come suonasse all’orecchio dei contemporanei di Bach, se fosse audace o già conosciuta. Per me è un arruffarsi di ali, il chiacchiericcio dell’occhiocotto nella gariga, o ancora un piccolo trotto e crini impregnati di erbe. Non so come altro spiegarmelo, o perché un bisticcio tra la mia fiacca aspettativa e questa scrittura piena di geometrie divine mi tenga così a bocca socchiusa.
Forse è lasciarsi toccare finalmente dalla forma della gioia, e trovare in essa i crismi di una condizione, più che di un risultato. Ed è quello che auguro a ciascuno.
O wie selig werd ich sein!

La soglia

È un inizio, perciò ha senso vegliare la soglia. Per quel che posso sentire, quest’anno per me la promessa era già arrivata notti fa, ma va bene che le persone abbiano un momento dato di comune accordo. È la notte di passaggio, quella in cui il culmine vuol dire già qualcos’altro. Ci sono tante cose, come il gatto randagio che si accoccola sulle scale e piange la casa come fosse la propria. Gli oggetti inquieti. La corda della campana che dondola nel buio e l’aria che sa di pino, col suo sale leggero. Ho poi un ricordo diverso da quelli possibili per stretta biologia, in cui tengo la gola sul legno. Alcune cuciture premono sulla parte tenera del ginocchio, finché cala un peso e si porta il rumore del giovane melo scosciato. Sta per arrivare l’onda, il tentativo del corpo di incarnare un dolore proporzionato all’offesa, e me ne sento commuovere, ma subito quella possibilità si spegne. Il sangue, mi chiedo, perché non arriva, né fumante né freddo quando cade copioso nell’aria? Nel frattempo la coscienza si ritira forse alle dimensioni di un grosso cespo di foglie. ho intorno alte pareti di vimini. Di sbieco il cielo, pieno di sole. Forse vola un uccello, ma tutto scolora.

La soglia

I can’t get no satisfaction

Scorrono le vigne, le mani sulle 10.10, in bocca muco e menta chimica. a volte le ossa sono appena elettriche e le puoi sentire scorrere, anche se non sembra. Se solo potessi liberarmi la lingua da questo burro che sa di medicina. E poi il vapore d’acqua, dappertutto. Per questa estate dei morti i ciclamini dormono e la veronica è livida, l’elleboro scosciato. Ci sono già state le cimici, che hanno riempito le fessure e posto le uova in luoghi che ancora non so. Ma ricordo ancora l’odore, e so che torneranno. Fa caldo, perché sostanzialmente il mondo va a puttane. L’ovest è lontano e no, oggi non puoi venire a dirmi che devo stare buona, che è tempo di ascoltare. La radio accende i platani e il bidone della spazzatura, il vento abbatte uno shopper mezzo pieno sul ciglio, Mick Jagger canta da solo – I can’t get no satisfaction

I can’t get no satisfaction

Stellina

Comincia con una piccola brace, una stellina polare nel punto centrale dell’occhio. Da lì la macchia nasce e prosegue, mentre sotto di lei il visibile si torce come una presa di tabacco arso. Finisce con una breve cecità. Oh, come è chiaro, adesso, che un occhio non è altro che un occhio, una cosa umida e soda, che non andrebbe presa molto sul serio. Eccolo. Così, muto, si ritira alla sua prima dimensione, quella che aveva quando ancora non era colmo di aria e di astrazioni, e riposava nel buio, come un uovo di merlo. Sulla sua membrana, ora, il torrente sanguigno pulsa a una profondità dolorosa. L’altro occhio, che tutto questo non sa, nuota ancora nel mondo della luce, postulando spazi e le loro derive di tempo.
E ancora sogna.

Stellina

Una lunga lunghissima apnea

Le parole non erano comprensibili ma importava di più il loro cerchio che ha dilagato fra gli scaffali come cavallette nella razzia del campo. Si batteva la mano sulla coscia e le gettava addosso la lingua, in un accesso di cui eravamo tutti un po’ partecipi, con le borse nei carrelli, a poco meno di un’ora dalla chiusura delle casse e già in qualche modo presenti alle tante auto nel parcheggio, svuotate di ogni energia, in attesa di tornare a casa.
E lei era grassoccia e leggermente imperlata e scorreva le fessure d’aria fra i pacchi di patatine e le casse dell’acqua con lo stesso bisogno di una lunga lunghissima apnea.
Stai Calmo, stai calmo. Le suggeriva di dire il bisogno di ossigeno. Stai calmo. Al primo martellare del petto. Stai calmo, e ora pregava, ma ormai era già cieca.
Lui ha inciampato nella cassa e ha aggiunto l’incidente al conto. Ha pagato, poi l’ha presa per un braccio e sono rifluiti nel flusso, senza che io ne abbia saputo più nulla.

Sapete chi siete. Se sapeste quale peso siete per voi stessi e la vostra costellazione sfortunata di vite e interessi, quale tristezza portate, quali ossa e nervi, o quali fantasie spegnete. Quante notti rubate al riposo altrui, o quanto sangue esce dai piccoli morsi procurati nelle guance sfinite o dalle ferite più grandi. Quanti racconti avete sfregiato e quanti ricordi avete reso tristi e volgari. Se sapeste, forse vi sfilaccereste come un velo troppo vecchio per sopportare una carne viva – e finalmente entrerebbe il sole.

Una lunga lunghissima apnea

Le ali

Spazzavo e nel mucchietto di polvere c’erano due ali, erano come mandorle grigie e separate. Respiravano ciascuna come poteva con i mulinelli della scopa, senza più un corpo che le facesse gemelle. Possono ancora volare, pensavo. Allora dal mucchietto di polvere si è alzata una farfalla viva, ha turbinato con loro qualche momento poi si è allontanata, scossa, e come folle.

Le ali