In ferie

Libri impilati sul tavolo della mia casa d’estate.

È strano per me sentire i vicini. C’è chi gonfia la piscina in giardino, chi prende il sole, chi parla di muretti a secco e di faccende col dirimpettaio. Siamo improvvisamente in tanti. Ora nessuno di noi ha a che fare col mondo ideale e  schiacciante di certa vita lavorativa,  o con quello rabbioso di cert’altra. Eppure ci siamo tutti dentro e presto ci ritorneremo.

Libri sul tavolino, ma già so che non li leggerò perché sono  troppi e questo  tempo di riposo  non è così profondo come speravo.

Mi salva il pensiero di mia madre, quando dormiva nel lettone delle infinite mattine di giugno, al termine della scuola. Senza saperlo, coglievo la qualità della sua pelle allora di trentenne, che si lasciava segnare dalle posizioni del sonno,  e pur essendo già liscia ritornava del tutto tersa con calma, con una certa, dovuta, maestà. E non c’era nulla di più nudo della posa del suo piede sul cotone fresco. E quando si alzava scaldava il latte, se la pregavo cantava una canzone. E tutto cominciava daccapo.

In ferie

Prima di dormire

Dal letto ho la visione dei piedi segnati dalle punture d’insetto.  Lungo la linea del femore e polpaccio germogliano i peli, come dolci ninfee . Sentono la luna, le civette, i lampioni. Anche l’acqua del cane sbrodolata sul cotto. 

Fuori l’aria nutre il bitorzolo del ciclamino che ormai è quasi un cranio calvo. Il volto  bulboso preme nel coccio della piccola conca, già gravido e infelice per l’anno che verrà. 

Stavo scordando. C’è anche il mio dente fessurato di fresco che ancora freme e batte per  l’operazione su una lunga poltrona sterile. La lingua lo cerca e un muscolo illanguidisce lungo il connettivo della coscia. Di riflesso, perlaceo, quasi un nervo d’inguine. 

Ancora fuori una radio racconta la partita, forchette e calici di bianco. In qualche piano superiore qualcuno tira l’acqua. L’ultima battuta prima di addormentarmi. 

Prima di dormire

Baratti 

Baratti la generosa, con i motorini, la polvere e il braccio aperto del golfo mi ha salutata una mattina di luglio. Sulla costa si affacciano i perimetri circolari delle tombe dei principi guerrieri, sopra, quasi nel folto del bosco di ornielli, riposa la cava etrusca più recente, dai cui visceri di calcarenite si dipana una città di nudi budelli scuri. Ognuno è una lingua e ogni lingua un’entrata un tempo interdetta da pietre e detriti. Ora si può scendere, le pareti innervate di radiche e lunghe bave di umido scivolano su letti di pietra, più sotto i pavimenti crepitano di roccia e terre rosse. Come case, come grotte.

Mi siedo, si rafforza la memoria di una penosa discesa di liquidi e linfe, la collina quasi si tende, delle persone che hanno  a lungo dormito qui non se ne conserva traccia. Avevano con loro oggetti e monili, calzavano sandali adatti a un viaggio lunghissimo, negli occhi squillavano ancora piccole braci di rogo,  memoria della loro ultima esperienza di vita terrestre.

Di costoro non si conserva traccia, se non per la voglia disarticolata delle terre di chiudersi sui loro cubicoli. (I turisti fotografano  le porte della necropoli con il biglietto nel marsupio e il pranzo fasciato nella plastica. ) La fame disarticolata delle terre di chiudersi e ruggire sui corpi dei viventi.

Baratti 

autolavaggio

all’autolavaggio di luglio, i capelli appiccicati, le spazzole industriali e i rulli in funzione.
lungo la strada la coda e me come un involucro in cui cola tutto il mio succo. sento che monta, tutto il veleno del giorno già sta per guadagnare la notte.
ah, devo prendere la pistola, bagnare il guscio e il parabrezza, raschiare. mi muovo sempre più piano, lungo i vetri croste di terra e moscerini, in alto ronzano i neon.
forse sono come la pupa obtecta che dorme nella sua tenera cuticola in cui si saldano le piccole appendici, il capo senza quasi mandibole, senza poter mordere mai. essa dorme e dorme del suo sonno gonfio di linfa. ogni cosa in lei attende di assottigliarsi, aspetta le giuste sostanze alle proprie durezze, ai propri colori. finché un piccolo rostro non la incide dal di dentro, per squarciarla a una vita migliore.
autolavaggio

Strega

Giravo il caffè e ti pensavo così forte che ho sentito frusciare le tende e il sapore umido di pietra del tuo salotto. Appollaiata su uno sgabello alto, nel pieno di un bar di domenica, ho schiuso la bocca sul vapore robusto. Tu eri a casa, ho sentito i tuoi passi, da una stanza all’altra, e solo qualche piccolo muscolo alla base delle tue orecchie tendersi eccitato. Ma è stata una cosa da niente, diciamo un movimento di superficie, poco più di un presentimento. Devi aver pensato che fosse vento,  un fastidio o una corrente, e senza sapere il perché di tanta amarezza devi aver chiuso la finestra, lasciandomi fuori. Ancora una volta.

Strega

Non mi abbandonare

Un’edicola di provincia, col soffitto di pannelli di plastica e i quaderni ancora esposti sugli scaffali è il luogo dove vado a prendere i giornali. Dietro al banco ci sono i gratta e vinci e in mezzo pende il cartoncino pubblicitario dell’ultimo almanacco di frate indovino. Raccolgo gli spicci,  sento che mi guarda. Quel sorriso anni Settanta, quella barba urticante. Il saio da liquorini. I sandali. Non invitarmi, frate, non mi piaci. Però, però c’è dell’altro. È che più sopra l’illustrazione prosegue con una spiaggia e in mezzo c’è un signore tutto bianco. Il signore tiene fra le braccia un uomo addormentato. Uno sogna l’altro guarda lontano lassù. La scenetta è incorniciata da una scritta come una grechina e chiede “non mi abbandonare”. Sui tabloid, nei cartoncini pubblicitari come nei giardini della preesistenza, come nelle notti dello spirito, come chiedono gli intelligenti, come vivono i piccoli, come esorcizzano gli sciocchi, come raccontano le armonie matematiche e quelle più sottili, così è ed è sempre. Non mi abbandonare. Boh, ho pagato e me ne sono andata.

Non mi abbandonare

Se l’aura SPIRA

Quando li colgo curvi in macchina o li vedo schiacciati da qualche pensiero,  le schiene deformate dalla scoliosi e da altre cattive posture  che si attribuiscono ai difetti del corpo e più a  monte a qualche peggiore sofferenza dello spirito, quando mi offendono poi l’intenzione che mettono nel vestire, i capelli rigenerati da colori sintetici,  i piccoli gesti di prevaricazione degli uni sugli altri,  quando li vedo,  penso: ecco  come  dimentichiamo,  ecco come abbracciamo la morte.
E passano tempi velocissimi,  sento bene il sapore delle frustrazioni e dello scontento e come gioca a spezzettare le cause.  Sembrano sempre molte e perfettamente logiche e illogiche,  tanto che non è possibile sfuggire perché non ci sono piani liberi per farlo. 
Non so come altro dirlo, ho solo le mie parole sciocche.  Semplicemente, non è così.
I campi, le pioppete chiare, i vasi di fiori che bagno ogni sera, i panni freschi, le gramigne e le foglie bruciate dall’estate spirano un loro vento, è lo stesso che tracima talvolta dai paesaggi facendone immense stagioni interiori. Tutto dice: ricorda.
Ma cosa?
Tu umilmente domanda. Ricorda.
L’aura spira.
E giunge la pace.

Se l’aura spira tutta vezzosa
La fresca rosa ridente sta.
La siepe ombrosa di bei smeraldi
D’estivi caldi timor non ha.
A balli liete venite ninfe
Gradite fior di beltà
Orchè sì chiaro il vago fonte
Dall’alto monte al mar s’en va.
Miei dolci versi spiega l’augello
E l’arboscello fiorito sta.
Un volto bello ha l’ombra accanto
Sol si dia vanto d’aver pietà.
Al canto ninfe ridenti
Scacciate i venti di crudeltà.

(Se l’aura spira, Frescobaldi)

Se l’aura SPIRA