Mathildenhohe, la cappella russa di Darmstadt

La cappella doveva essere un luogo raccolto ma ora la circondano i pergolati e la famosa colonia degli artisti. Dentro la sua penombra occhieggiano degli ori, oltre il cancello di legno è una Madonna con il figlio e ai fianchi angeli ditteri.

Qui si parla russo, appena un po’ di tedesco. E anche se fuori c’è un prato tagliato da poco, anche se ci sono gli alberi ammansiti qui dentro  si sente il vento, anche se tutto è impastato o scolpito e corporale, il crisma di questo posto è l’aria, le cupole modellano i fischi, il pavimento è fermo, ma la sua figura è l’erba che insemina i mosaici e cede i suoi succhi. Le foreste di cedri. Le eriche gentili.

Entra una signora con una gonna al polpaccio, gli zoccoli. Tutto è molto colorato ma i  capelli li ha velati di bianco e tiene in mano tre candele per coincidenza simili a spighe. Le offre alla Madonna ma una cade per la sua troppa gentilezza, e insieme parla. E piange.

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Mathildenhohe, la cappella russa di Darmstadt

Lichtenberg

Schloss Lichtenberg è una mole grigiobianca sulla collina, le finestre sono cerchiate di rosa e il tetto è di squame di drago. Licht vuol dire luce, vuol dire sottile, e della sua leggerezza rende testimonianza una terrazza di leguminose in fiore, nell’aria umida del Land dell’Assia. La prima aria d’agosto.

Ho visto passare nel cortile un uomo del paese, era come impastato in una carne molto acquosa. Morgen, dice. provo a rispondere ma non viene bene, allora alzo una mano per far capire l’intenzione. Mi sembra strano parlare a un uomo così roseo. Si infila nella porticina della torre, la scala a chiocciola sfuma la sua architettura in un girotondo e la torre termina con un ciuffo di nuvola, anch’esso vestito di scaglie e inciso quasi con dolore da una croce che si muove col vento, come una freccia, o una bandiera.

E’ una mattina mite, che niente sembra abbia a che vedere con le lanterne nere e i tetti ripidi, o con la piazza in cui ci sono solo pietre lisce, come un ossario.

Le api disegnano trame sull’acqua del giardino. Il sole brucia come un male da tenersi caro.

E no, non è un posto per demoni meridiani. Qui non cala come una spossatezza, non spreme oli dai frutti della terra. Non conosce ori profondi, decadimenti, gesta erotiche o infinite lentezze, né si mostra nudo o incrostato di diaspri. Licht vuol dire luce, ed è l’occhio che si spegne per ultimo, prima del buio. So che lui qui arriva con un bastone, arriva in una notte che non ho mai conosciuto. Cavalca una bestia e il suo smarrimento ha il sapore di una tregenda.

Lichtenberg

Alleluia

Una volta compreso che la musica a quel tempo era libera dalla suddivisione in battute e ancora vergine dal sistema tonale, l’Alleluia di Gabrieli ha dato la sua polpa fino al sangue, e infine alla miseria.
Io mi ci accostavo come una che domanda, e percorrevo la linea del soprano con in bocca quella sola parola, alleluia, nello sconcerto di un ordito di cui vedevo solo la povertà. Intanto cantavo come potevo. La scrittura si divideva a fatica e quel che ottenevo era un martellio in cui tutto sembrava a posto, ma in un ordine bugiardo. Ne soffrivo perché era qualcosa di peggio che una cosa brutta, era un oggetto che aveva su di sé la violenza del torto.
Ma allora cosa era la musica prima che le si proponesse il timone che ancora in parte la governa? Prima del tempo, prima dei gradi e di tutto quel sistema prodigioso che utilizzo con malagrazia e da ignorante ?
Non so.
Forse c’era la parola.
E lei mi si è fatta incontro suscitando l’arco esatto del suo respiro. Allora la scrittura si è liberata dal lascito gerarchico e verticale del tempo percussivo. Ha trovato il movimento ampio dell’accento e da sola si è conformata a un ordine sottile che l’ha riportata alla gioia e infine alla luce.
E allora mi chiedo Cosa doveva essere il murmure di quelle voci, quando nel profondo dei secoli hanno intonato quella speciale esultanza?
Di nuovo non so.
Aspetto. Sempre e sempre aspetto.

Alleluia

Una notte di neve

Ho chiesto al commesso di incartare tutto e lui ha preso due pere grandi, i radicchi e un finocchio che mostrava ancora la tenerezza delle foglie, e me li ha dati in un involto crepitante. Sono uscita nel freddo leggero, poi mi sono fermata in un’altra bottega per un pezzo di pane. E Lucca era così bella nel suo novembre silenzioso, nelle vetrine dalle cornici di legno, nelle chiese scure. E mentre l’attraversavo dondolavo la borsa con dolcezza, tanto che lei forse ha compreso qualcosa del mio amore e per un momento si è accesa come prima di una notte di neve.

Una notte di neve

Dell’Anima e della Voce

cara Anima,
a lungo non solo non ti ho parlato, ma nemmeno ti ho pensata, né ho considerato la tua idea nell’orizzonte di qualcosa di possibile. Perciò al mio senso non eri, né in presenza né in assenza. 

In un primo tempo infantile e confuso era come se non ci fosse bisogno di te. Parlavo con un Dio delle fiabe e dei terrori, ed Egli mi rispondeva in sogno, in modo molto semplice, che potessi capire, e una volta che avevo compreso mi accorgevo che mi era stato dato di più di quel che avevo chiesto, e che mi era stato dato anche altro. Allora, ero solo felice. Ma in quel mio essere indivisa non potevo parlarti di questa felicità né potevamo guardarla insieme o rendere grazie, e dimenticavo quasi subito sia la sua sostanza sia le sue tracce. Per la verità, per me tu esistevi ma solo nelle prediche dei ministri, come quella cosa di me che sarebbe sopravvissuta e poteva essere punita, qualora un giorno fuori dal tempo non fossi piaciuta, alla fine e per il mio percorso qui, a Chi mi aveva mandata. Per sempre!

Dopo è più difficile ricordare. Tu eri una cosa sola con me ma come una pelle, e sofferente, ed era sempre impossibile parlare, ma soprattutto osservare la distanza per poterti vedere voleva dire  escoriare un velo vivo, e faceva male. Poiché puoi farti molto tersa, ho voluto rinunciare allora a vederti. Non sapevo riconoscere il nostro non-dialogo, tuttavia gustavo i frutti che per assenza esso purtroppo permetteva si moltiplicassero, ed era come compiere le dinamiche e le facoltà della vita in seno a un grande movimento di morte. Forse ti ho ferita, forse qualcosa di te ha combattuto. Con movimenti lunghi sono arrivate le paure e le nostalgie, prima da lontano poi sempre più appresso, così ho pensato che se intravederti voleva dire dover combattere tanto, patire tanto male, allora era meglio non vederti affatto. Mi sembrò che – umilmente, dolcemente, eppure tremando – tu infine acconsentissi a che un giorno saresti morta con me, che ti saresti dissolta così come il Soffio ti aveva suscitata in un passato prima del tempo – secondo il mio desiderio. Con questa promessa mi desti sollievo dalle sofferenze presenti, ma mi addolorasti perché per la prima volta ti vidi veramente viva, forse come non mai,  sconcertante come un prodigio. 

Allora hanno cominciato a brillare piccoli semi di contraddizioni, i vuoti sono divenuti eloquenti e gli inciampi culle di nuove tenerezze. Ho avuto la sensazione di ritrovare un luogo che non conoscevo, ma dal quale inspiegabilmente mancavo da molto, e che mi veniva da chiamare “casa”. Mi è sembrato chiaro di aver desiderato di parlarti molte volte e che per lunghi anni fosse stato possibile l’averti incontrata ma allo stesso tempo aver vissuto la tua assenza, un po’ come sono nel mondo le persone quando sono perdute nel sonno. Ma ci eravamo parlate davvero fra le maglie della parola scritta, in ciò che cercavo quando componevo racconti e storie, ciò che, quando fioriva, sempre era eccedente ed eccentrico al solo discorso tecnico,  e sempre aveva ragione, con una generosità straordinariamente maggiore di quel che potessero le mie sole forze, di una descrizione felice, di un giro di frase convincente, di una chiusa limpida e senza smagliature. In realtà, nei grandi archi del silenzio laddove finiva il mio “fare”, aveva modo il dispiegarsi un “essere” che andava oltre le mie facoltà di predizione.

Per dire come discendesti nella parola cantata, non conosco alcuna storia né mi posso aggrappare a qualche sistema che mi sia noto. Nei primi momenti, ebbi il senso di trovarti nella bocca come una gioia che derivasse dall’ascoltare altri cantare. Poi trovai che eri già dentro, e portavi i segni di un vivere reale, nel senso di sovrano. E potevi scendere nel nulla o librarti nell’intorno,  rugiadare come gioire, e in te riposavano molte memorie, memorie che altri hanno suscitato in altri tempi in lunghe tele intessute di preghiere, di amori o di guerre, nella storia di Leda e del Cigno, del pifferaio magico, di Don Giovanni, di Violetta Valery. Sei già tutto, mi dicevo, sei nel movimento che va dal crasso al sottile, dalla veemenza alla pazienza, dalla segregazione e all’analisi a ciò che c’era prima dell’una e dell’altra. Sei benigna, sei gioiosa, sei sapiente. Arrivi in modo da non suscitare scandalo fra i tanti spiriti e i molti corpi che abitano in me. 

Ma se ora mi lasci, Anima mia,
mi riduci al silenzio. 

Spero tornerai. 

Ti amo.

Dell’Anima e della Voce

Una sera a San Cassiano

A San Cassiano di Controne le case sono accallate quasi lungo una sola strada e i pochi pascoli si imparentano ai prati al primo sorgere dei castagni. È rimasta una chiesa, che già conoscevo, e che ora è addobbata per la festa del crocifisso. Sulla sua fronte sono incise tarsie sacre, portate in alto nell’aria, sopra le nostre teste, in una regione di straordinario silenzio. Il suo labbro ha intrapreso da tempo un lungo discorso e il suo primo simbolo, ora cinto di lumi e rami di tiglio, è una follia effusa sulle piante in amore, è il segno dei pesci grattati nella sua pietra come i pani e le altre mitologie naturali, con la loro grammatica di straordinarie deformità, e la loro urgenza che procede da secoli senza turbamenti.

Prima che cominci la processione e che il paese sia in festa mi lascio portare dall’unica strada che conosco, nell’unico ristorante. E quando ho sorriso alla signora alla macchina del caffè, per puro piacere di immaginazione ho chiesto dove fosse il bagno. Ho percorso la terrazza tra i tavoli velati di cotone, le pance rilassate e i festoni di rete dove sono sfioriti i corpicini delle clematidi, su cui si arrampicano tralci di edera rossa e dove muoiono gli insetti.

Ho lasciato il piccolo getto d’acqua tra l’aria e la ceramica del lavabo, l’ho lasciato picchiettare i polsi e scivolare, mentre nella cucina si spandeva una nuvola di discorsi che lasciava sulle piastrelle un olio leggero. E mi sono portata col pensiero più oltre, a un capo e all’altro della strada, proprio ai confini del centro abitato, dove stavano le porte di essenze prese dal bosco per il rito della croce. Erano due archi intrecciati nella fibra di dieci polloni di nocciolo. Ascoltavo. I loro particolari monconi, i piccoli padiglioni delle loro foglie erano ancora capaci di tremare al passaggio dei viventi, la loro morte tumultuosa mi suggeriva due fiammelle di languore alla base della lingua, per ogni corpo, ogni legno, ogni labbro che trapassava il loro grembo d’aria estiva. Mi sono appoggiata per il troppo piacere. Io così grande nel fisico, così presente al primo affacciarsi della sera, alla mia bocca colma di vapore di fritto, di disinfettante e di aroma di pane sciocco, non ho potuto sorreggere il mio stesso corpo. E ancora debole ho provato ad aprire la porta. E ho pensato tu stessi per cogliermi precisamente sulla soglia, secondo le più intime leggi del dono e della coincidenza, e di ciò che è necessario. E colmo di seme, e forte, che mi sorridessi.

Una sera a San Cassiano

La strada per l’Accademia 

<<Buongiorno, sa dirmi dov’è l’Accademia della Crusca? >>

È un venerdì mattina, il parcheggio è vuoto e della biglietteria della stazione di Firenze Castello si vede solo una porta serrata. La signora tocca il guinzaglio e ciò basta perché il cane capisca e si accomodi. Così ora siamo in due, io e il cane ricciuto, in attesa che ci venga spiegato dove sia l’Accademia. 

La signora si raccoglie, il suo raccoglimento è in sostanza sorriso, ma avrebbe anche potuto essere un passo indietro dello sguardo, un qualche spazio che si apre nelle facoltà del gioco e dell’ascolto, un’aria di congiura o di segreto. Parla, ma con già l’ampiezza della musica, e mentre parla osserva qualcosa delle sue immagini mentali. C’è un viale che degrada dalle alture forse verso sud, poi la mano destra taglia lo spazio del ricordo e subito si apre una via rumorosa e trafficata, un riferimento vicino che la fa tornare a noi. 

<<Cerchi il semaforo>>. Me lo dice con calma, il cane ricciuto si accoccola quasi sui suoi mocassini.  Io sorrido, ringrazio. La signora chiede se abbia capito bene e si fa ripetere la strada.  Mi lascia parlare senza interrompere, quasi senza il coraggio di intervenire sulla mia rappresentazione appena nata. <<stia attenta alle macchine>>, dice. E nella dolcezza di questa nuova cura ci salutiamo. 

La strada per l’Accademia