Una parola

Erano i giorni della merla, sedeva a una tovaglia di nylon e masticava coi gomiti stretti al costato. Poi si decise, pulì la scodella col pane e riunì la forchetta e la tazza in un catino. Infiammò le braci, spinse la legna più grande nella gola della stufa, con un panno sollevò la pentola d’acqua calda e la rovesciò nel catino. Il vapore le offuscò i capelli, la scottò e ne provò sorpresa. Molto lontano, forse in salotto, c’era una musica televisiva di varietà. Salì allora dalle sue mani alla bocca lo spirito di un serpentello, lei si domandò cosa fosse, era una piccola rabbia antica. Come una nuvola, come un lungo discorso si fece spazio dalle piastrelle al soffitto, si fece lucida e secca, trovò l’intonaco, poi il soffitto poi le stelle ma correva anche sulla pelle, crepitava alle radici del naso, infiammava i capelli. Sentì i calcagni farsi come di menta, le unghie leggere, sentì che era pronta, come le streghe e la loro genia di sorellanza. Una parola sola abbracciava l’universo.

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