Storie per gioco #2

Ma facciamo un passo indietro, di qualche settimana.

– Abbiamo la pagina della cronaca locale scoperta, potresti pensarci tu
– Certo
– Puoi parlare di politica, economia, costume, tematiche ambientali…
– Come no

Così, un lunedì mattina, ho caricato un thermos, ho stampato il percorso e ho guidato per quasi un’ora, fino a uno spiazzo alle porte di Pietrasanta. Un articolo. Il Duomo rivestito di marmo mi sembra un grosso molare e il cielo uno smalto, di tutta la piazza noto il negozio di tabacchi e io sono lo gnomone, quasi al centro, che segna esattamente le 11.45. Un articolo al giorno. Le persone passeggiano. Tengo il block notes e la penna a mezz’aria, in auscultazione. Il barista spazza la soglia. E ora che faccio?

Scusi, non ho potuto fare a meno di notarla, le serve una storia?
– Sta scherzando? Lei non è reale, vero?
No, o magari sì, magari sono il ragazzo allampanato col quale ora sta discorrendo della ztl, cercando di darsi un tono. Magari, dico, magari le sta venendo in mente un’ idea
– Che cos’è la ztl?
Ah, non si preoccupi, ha finito le scuole da poco e ancora non lo sa, ma stasera andrà a guardare su internet e sono certo che le verrà in mente lo spunto per una storia. Cosa crede, da queste parti si parla di questo e poco altro
– Ma io ne ho bisogno ora
Vada in municipio, allora

Sono arrivata al punto in cui, mattina dopo mattina, faccio tappa in Comune, proprio al punto in cui il funzionario di un ufficio, prima che vada a prendere un caffè nel bar in piazza, mi mette un foglio in mano e chiami per prendere appuntamento con questo Vittorio Ferreri. Ma è il cellulare a vibrare prima che lo prenda, premuto in fondo allo zaino, fastidiosamente sulle fossette prossime alle natiche (imparerò a cambiargli posizione).

Redazione. Sul tetto degli uffici postali c’è una persona, con una pistola.

Storie per gioco #2

Incipit

A me non è toccata la bellezza sacra – quella colpisce un po’ a caso, giusto? – ma c’è stata una finestra nei vent’anni in cui avevo perso un po’ di peso e vestivo gonne di maglina. Una piazza piena di macchine, con i tigli che sudavano e il funzionario dell’ufficio ancora di più, le scale di marmo e l’odore di colla e di quel che c’è all’attaccatura della camicia. Ma non c’era da farci caso, a me interessava il pacco di fotocopie con la durata media degli esercizi del posto che mi macerava sotto il braccio. Non avevo bisogno poi di molto. Una calcolatrice, un paio d’ore di lavoro nel bar in piazza per mettere insieme numeri e parole ed ecco pronta l’apertura – forse – per la cronaca locale dell’indomani. E un caffè, sì, avevo bisogno anche di quello. Non avevo una gonna di maglina, in realtà. era un vestito quasi di cotone, le increspature si tendevano intorno alle spalle e poi cadeva, benevolo, insieme a piccole gocce saline dal bianco del braccio giù fino agli slip… “Signorina, signorina!”. Stavo già tacchettando nel parcheggio. “Mi faccia la cortesia, faccia una telefonata al responsabile, prima di pubblicare quei dati!”, e mi mette in mano un appunto.
E’ cominciata così, con un pezzo di giornale scarabocchiato e, sopra, un nome da artista.

… continuo?

Incipit

Gli sposi

Accade che gli sposi usino via Fillungo per i servizi fotografici e così è stato anche questo pomeriggio, mentre prendevo un caffè in uno dei bar centrali. L’aria era appannata, tutto imprimeva una patina su ogni superficie: il tocco delle dita, la pelle sui tessuti. Siete passati senza troppa attenzione delle persone a passeggio. I palazzi erano spolverati da una corrente più alta delle nostre stature, che scivolava verso il mare. Di te ho visto l’abito di un avorio quasi rosato e il corpetto di pizzo alencon. Porgervi il mazzo di rose al primo e al secondo fotografo, ripetendo una faccia gradevole e già un po’ segnata, e quando hai premuto il fianco contro il suo braccio, la pelle di un leggero tono miele si è tesa sui piccoli noccioli della schiena, che, si vedeva, ha perso turgore di recente. Traballavi, ma hai controllato le forcine e hai sorriso ancora, notando che era tutto dove pensavi dovesse essere, anche il fermaglio di fiori di plastica. Ho visto il tuo orizzonte premere su questa decisione che ti ha colta già oltre la tua primavera. Ti sei tirata dietro ancora il suo braccio, già non più sul tuo asse, anticipando nella tua mente la spartizione dei tavoli e le istruzioni al catering. Ho finito il caffè, i panni stesi sui pinnacoli della città vecchia suonavano come vele sorde e le finestre erano già infiammate dal tramonto. Vedi, Tra non molto forse tu diventerai quella cosa misteriosa che una vita nuova ama come il più grande principio, e sarai la più grande delle figure, e questo succederà anche se ora ti sei soffermata a considerare la laccatura delle unghie e quanto sia gradevole il tuo profilo migliore, quando finalmente mostrerai a qualcuno, quando ogni cosa sarà conclusa, tutte quelle foto.

Gli sposi

Una stanza color albicocca

Non sono in un luogo. C’è uno spazio grattato nella roccia e lo occupo di faccia, col naso, con le mammelle, con le fiocche dei piedi e ogni altra sporgenza premuti sulla superficie. La roccia si impolpa, un peso che esprime una diversa scala delle temperature avvicina le ossa alla pietra, che è salata. Il respiro rimane nel naso, i denti si intaccano sul granito nel tentativo di prendere aria. Sono cosciente dei miei occhi, già cotti, e chiusi, e della grande fame della terra. Eppure monta intorno un orizzonte di tempi e di creature, e ciascuna porta quello che ha patito. Sono goccioline che sciolgono il grasso della schiena, o che penetrano nei piccoli nodi elettrici dei nervi, alla base delle gambe. Il mio unico fiore cola il pianto lungo l’incavo della coscia. Sono sola? Siamo molti?
Nella sospensione delle eternità possibili però c’è anche altro. C’è un ingresso in penombra, una colonna dove dorme un telefono vecchio e dei quadretti di calendule e fiori di glicine. Fuori, sono uscite le api a bottinare i ciliegi e l’aria è tutta gialla per i pollini e il sole del pomeriggio. La porta è socchiusa, di là, lo so con tutta me stessa, c’è una stanza color albicocca, un pianoforte di noce e persone che ridono, e cantano. Tra poco, mi dico, sarò con loro. In salvo.

Una stanza color albicocca

Giovanni della Croce

L’effige era chiara, la interrogavo perché ritraeva Giovanni della Croce. Taceva, e intorno a lui gli faceva coro un paesaggio di pietre cotte. Desideravo che egli premesse gli ori e la membrana che lo teneva al muro e mi guardasse a sua volta. I platani hanno risposto coprendosi di polvere gialla. San Giovanni della Croce ha svolazzato, spostato dal soffio del calorifero, la pelata a guscio di pistacchio. Questi spagnoli, penso. E poi penso che non ci sia niente, proprio niente.
E tu sei arrivato. Pieno di fame.

Giovanni della Croce

La tigre

Cosa è la tigre? Prima che nascessi, prima che non lo sapessi, di certo era un’altra cosa. Ora però ho chiamato il suo nome, e chiaramente gratta alla porta. Eccola scendere dalle stelle, piena di latte.
Fuori schiocca un merlo. Sbattono i bambù.
Eccola, striscia davanti alla stufa insieme al melo e alla repubblica, ai cirri scoperti da così poco, a tutte le parole della musica che ancora fanno confusione e ai sanguinelli infarinati di cenere.
È così che succede, che arriva quel che si chiama. Arriva sempre dalla sabbia di tutte le cose. E certo, è un’altra cosa.

La tigre