Carnasein 

Immagino che in un passato dell’uomo i generi nelle arti  fossero cosa viva e vivificante.

Eppure. Ora   la carne, il seme che concedo  alle parole è poco, si è seccata l’attenzione e si sono moltiplicate le mie diffidenze. Una stanchezza che viene da lontano s’è innamorata dalla mia grande superficie.  E mi copre uno spirito, una sospensione come il vento di nord ovest, che suggerisce di aver ascoltato quel che c’era da ascoltare.

Così cerco una forma, una piega che sia un setto e un’unione fra un qui e un là. Mi disegno in un trucco. Provo le iridi nel bistro. La mia coscienza allenata ha fretta di concludere che  ciò che succede non è abbastanza.

Allora rallento il passo, lascio che mi si accosti la grana del marciapiede o la scorza delle piante nelle aiole. Le macchine scivolano, i palazzi si tendono, talvolta mi sfiorano adolescenti ancora pregni di acque acerbe. E mi prende il loro vento,  la pioggia mi bagna come quando prese le terre antiche. Un soffio gonfia mio scheletro vuoto e la cosa più povera di me ha il movimento di un uccellino, di una vela, di un maestrale. E mi chiama all’amore.

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Carnasein 

Una mattina di marzo

Ho comprato una torta per stasera. C’è un’aria leggera, le persone camminano tra le pietre, i monumenti galleggiano sul filo del selciato. Una giovane è appoggiata sulla soglia di un negozio di birre e tiene sul grembo un cesto intrecciato di fiori di carta. Si lascia fotografare,  marzo le fa velo sui fianchi e sul trucco e sembra quasi la sposa della carne di questo pomeriggio. Io dondolo il mio sacchetto verde, con dentro una crostata di more. E davanti a me  rivive la riviera e la caserma che tanti anni fa ospitava le mie scuole medie, e il giorno in cui dischiuse la porta l’insegnante di musica e la rosa che decise di indossare nel taschino, quando nacque la sua prima bambina. E aveva le labbra piene e gli occhi segnati e ci suonò una musica di Mozart. Era una mattina di marzo, pensandoci, il giorno in cui desiderai per la prima volta un uomo che sfioriva.

Una mattina di marzo

Mezz’ora 

Pace, anima mia. Con la lancia dell’acqua sulla macchina, il parcheggio vicino alla stazione, una sedia, i libri e il caffè. La gente si ferma in questo posto dell’impiantito di legno. Si sente parlare arabo, il proprietario telefona tra le statue di una esposizione di ceramiche e il banco dei cornetti. C’è una parete di libri, una mosca si è posata sulla grata a mezzaluna da cui entra un traffico senza apparente violenza, le foglie di leccio e la domenica mattina. 

Mi presento. Ho trentatre anni. Sono grande, sono libera. Posso usare il rossetto, posso mettere stivali e sono a mezz’ora da un appuntamento di lavoro, il sole di marzo mi taglia lafaccia, mi fende la carta, sono bruna di schiuma e caffè. Questa mezz’ora non finirà mai. 

Mezz’ora 

Il giunco

​Le palazzine liberty, l’aiuola di giunco, i pennacchi chiari al sole. Gli uomini  vanno e vengono dal reparto, con una borsa, coi fiori o con coccarde rosa o azzurre mentre  le madri riposano nelle stanze celesti. 

Questa cosa che è successa nel giorno della morte di Giordano Bruno, 417 anni dopo, questa cosa riguarda anche me. Lo sento quando ti sento, e so che potresti essere uno di quegli uomini con un foglio in mano, smarriti, che si grattano il mento. O potresti essere lo zigomo forte quando ti lasci mordere, sopra di me. 

Fanno chiasso, nel reparto e io sono un pericolo, sono una nuvola. Ti voglio. Senti come addensa la pioggia? E  tu, che potresti essere tutto, tutto, tu scegli la carne. Precorro il movimento di come mi spezzeresti i polsi, come vorresti vedermi strappati i capelli, per poi usarmi clemenza. 

Mi tocchi appena una mano. Passano gli inservienti col carrello e di me adesso sento solo tutto il mio sangue. E un seme di tempesta. E Amore, fra noi. 

Il giunco

Benefizio

La via di Benefizio procede fra i crinali, sui suoi cigli si piegano gli olivi, i noccioli e gli ultimi pali del telefono, maceri come tizzi. In certi punti la feriscono concrezioni di arenaria vicina alle antiche sabbie del deserto. Nelle giornate di pioggia il vapore la fende, la solleva come un’allucinazione azzurra, fra le case e l’ospitale paleocristiano. E in una delle sue anse ho trovato un orologio, ripiegato, col capo contro il suolo e le maglie del bracciale, sebbene già imparentate con la terra del bosco, ancora un po’ brillanti. Laddove esso toccava il polso, era il polso di un uomo, qualcosa ha ceduto e poi devono essere passati forse dei giorni e delle notti, le foglie sono cadute e l’orologio ha sognato e sognato. Quando l’ho tirato su palpitava ancora.

Benefizio

supermarket

Parcheggio sulle strisce, il supermercato è ancora aperto. Ripongo i guanti nella borsa, tappo una narice e con l’altra espiro. Un calore sorride nella radice degli occhi.

Qui non c’è sera, non c’è pomeriggio. Qui si gioca al tempo sempre uguale.

Scelgo la chiave magnetica e la infilo nella fessura della caffetteria automatica. Nella vetrina degli alcolici ci sono bottiglie di un amaro d’erbe, l’etichetta disegna la miniatura di un cervo e nella luce del palco di corna si spiega una croce bianca.

Qui si viene per un motivo, il mio sono le cose ciascuna al suo posto. Un uomo spinge un carrello, bisogna che mi fidi, l’uomo ha avvicinato il busto alla balaustra del carrello. Ecco, si è sporto. Ora proseguire o fermarsi avranno un senso, io lascio colare lo zucchero per un semplice piacere di lingua e caffè. Proseguo, già non più intera, mentre capisco il motivo per cui sono qui. Sono le cose ciascuna al suo prezzo.

supermarket

La città 

A volte le strade perdono di coerenza. Ora sono solo un velo i paesaggi in macchina, come appare la calotta dei miei capelli nel margine dello specchietto o come tengo le mani sul volante. 

Allora vedo una città dalle vie auguste, ubiqua. Nel suo seno sono i tempi e le radici e in essa si ricapitolano tutte le cose. E, così manifesta, la campagna e le nature terrestri, la crosta di ciò a cui ha provveduto la cura umana sbiancano, come fosse aria di neve o un silenzio nuovo. 

La città