Contraccolpo

C’è stato un momento in cui i miei piedi avevano a che fare con le pietre, con una minaccia di vecchiaia. Ero entrata nella mia ottantaquattresima luna e nei banchi stavo male, le lavagne erano grandi piastre di chimico su cui si svolgeva la scrittura dei professori di letteratura e di linguistica. Erano i momenti in cui le identità individuali erano ancora comprese in una certa zona di rispetto, il pensiero collettivo si affacciava alla condivisione virtuale e qualcuno se la sentiva addosso come una nuvola. Ma ancora si pensava, a queste latitudini, che esistere senza non fosse poi esistere privi di qualcosa.

 Mangiavo una mela e mezzo litro di latte. Nelle classi, le lampade a fluorescenza mi lucidavano la pelle, e la spegnevano. Si formavano legami, tra uomini, tra donne. Talvolta si andava al mare. Ricordo di come mi pesassero i miei vent’anni e tutto si concentrava in una immagine simbolica e corporale. 

Era l’immagine dei miei piedi, dove si combatteva l’ultimo confine, dove percolavano tutti i miei succhi. E loro, forse spaventati,  si aggrappavano alle suole, la superficie intera si arcuava, le unghie si ispessivano. Ora so la loro parola di fatica, il nome che portavano scritto a sostegno dei miei passi sulla terra.  Era : CONTRACCOLPO. 

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