Carnasein 

Immagino che in un passato dell’uomo i generi nelle arti  fossero cosa viva e vivificante.

Eppure. Ora   la carne, il seme che concedo  alle parole è poco, si è seccata l’attenzione e si sono moltiplicate le mie diffidenze. Una stanchezza che viene da lontano s’è innamorata dalla mia grande superficie.  E mi copre uno spirito, una sospensione come il vento di nord ovest, che suggerisce di aver ascoltato quel che c’era da ascoltare.

Così cerco una forma, una piega che sia un setto e un’unione fra un qui e un là. Mi disegno in un trucco. Provo le iridi nel bistro. La mia coscienza allenata ha fretta di concludere che  ciò che succede non è abbastanza.

Allora rallento il passo, lascio che mi si accosti la grana del marciapiede o la scorza delle piante nelle aiole. Le macchine scivolano, i palazzi si tendono, talvolta mi sfiorano adolescenti ancora pregni di acque acerbe. E mi prende il loro vento,  la pioggia mi bagna come quando prese le terre antiche. Un soffio gonfia mio scheletro vuoto e la cosa più povera di me ha il movimento di un uccellino, di una vela, di un maestrale. E mi chiama all’amore.

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