Una mattina nel bosco

In questa mattina di gennaio la polvere e le foglie di quercia si sono posate come un vento sull’elleboro e sui ciclamini della veranda.

Anche il pavimento è appannato da una granaglia grossolana, quasi azzurra, di sassolini e materia vegetale. Mentre la spazzo osservo come si è imparentata con i muschi teneri cresciuti da poco sulla soglia, facendone quasi una farina o un accenno di terreno. Sopra la casa, sul versante disabitato della collina, arriva il fresco dei lecci, i fantasmi dei carpini e dei rovi che hanno aggredito e quasi vinto i resti di un vecchio oliveto.

Poi, uno sparo. È stato più un colpo d’aria, ma un colpo come il tuono. Mi sono piegata d’istinto sulle ginocchia e ho guardato sopra la mia testa, nel folto. Un altro colpo leva due cornacchie dal groviglio di un orniello. Ora ai cani urlano, nella foga percuotono i campanacci. Costeggio la parte bassa del colle, lascio che il corpo del bosco mi protegga e mi porto più vicina. Sul crinale due uomini dondolano col peso dei fucili. Intorno a loro l’erba si fa misera, le facoltà del bosco si ritirano e si dilata lo spazio. Ecco, ora sono ben visibili i giubbotti arancioni e i berretti con la visiera, che usano per riconoscersi nel folto quando cacciano i cinghiali. I cani, ebbri, continuano la battuta. Io lascio un segno, solo un segno sul terreno che è lacerto tangibile di una testimonianza più grande. So che mi è richiesto e che in qualche modo farà giustizia.

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