Peonie

Quando hai sospinto la porta ci ha investiti un’aria di peonie, frutto dei grandi fiori della Siberia e in questa stagione fuori tempo. Tu eri nella fessura, coi tuoi occhi gialli e mezzo sorriso dipinto a belletto. La stanza era silenziosa e ci invitava a sederci, in qualche invisibile sofà. Così ci siamo accomodati, ancora un po’ congestionati per il freddo.
Il lampadario scendeva come un viluppo e sui mobili c’erano tante cornici d’oro. Mentre ci chiedevi come fosse andata la settimana di studio si è schiusa una tenda, una mano ha porto un vassoio che tu hai preso sul tuo palmo e subito si è ritirata. Sul vassoio c’era una tazza di caramelle e due coppe d’acqua frizzante.
– Per quando sarete stanchi – hai suggerito.
Poi devi aver sentito qualcosa. Forse il lamento d’amore di una gatta, forse il murmure basso di un aereo lontano. Ti sei eretta al centro della stanza. Avrei giurato di vederti volare su fino alla radice del soffitto e fenderlo con quel tuo becco scarlatto, come fosse una panna. Invece ti sei posata sulla tua poltrona, quasi incerta su un bracciolo. Sui tuoi occhi socchiusi poco a poco si è addensato il silenzio, sempre più vivo, sempre più tenero. Una forma di piacere si è levata in qualche luogo della tua bocca dipinta e tu, vaga, ne hai inciso i contorni con l’unghia, nell’aria.
– Cominciamo – hai detto. E così ha avuto inizio la nostra lezione.

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