Don chisciotte

​Quando si trattava di apprendere una materia nuova facevo finta di conoscerla già e ne osservavo i sintagmi, come dialogavano tra loro, in modo che  le relazioni ne rivelassero il significato. Talvolta riusciva, talvolta no.

La primissima lettura, quella esercitata per apprendere, è stata lenta. La successiva, quella infantile, per piacere, a perdifiato. 

Di un periodo afferravo tre, quattro parole, qualcuna lumeggiava una costruzione particolarmente profonda, particolarmente bella, e allora mi soffermavo ma per poco perché avevo la sensazione che mi mancasse il tempo. 

Poi sono cresciuta cinquecento anni,  si sono spolpate le ossa, la vista si è svuotata dal di dentro, la criniera è diventata un ciuffo di piumaggine, son cadute le ali. Sono arrivata all’università. Ho imparato a incepparmi su ogni parola e a vergognarmi delle cose che non conoscevo. Mi hanno dato un voto e un foglio e mi hanno lasciata col mio guscio di latta e una spingarda, a ricominciare tutto daccapo. 

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