La traviata 

​Perdevo i capelli.  Ho sognato di trovare allo specchio una chiazza di pelle pulita sull’occipite, mi ricordava il cranio di mio nonno e qualcosa che aveva lavorato senza che me ne accorgessi. 

Poi nel pomeriggio, con lo spartito di Traviata  sulle ginocchia, provavo le difficoltà di una cadenza. Qualcosa del mio canto suonava difforme dalla scrittura, ascoltavo la lezione registrata e l’insegnante che mi proponeva di tornare su un passaggio e io che scivolavo sullo scarto senza comprendere. E qualcosa creava una risonanza di carta nella voce. Era l’inizio di una sfiducia che sarebbe cresciuta. 

Ma a casa accanto alla stufa, dilatando i tempi e osservando i suoni nei loro disegni come grani fuori e dentro le righe, gli intervalli diventavano via via più grandi, nel giro di un quarto d’ora si sono mostrati sonori e discreti, presenti finalmente all’orecchio. Allora mi ha fatto tenerezza pensare a me, alla mia età, a sforzarmi di mettere insieme, lentamente lentamente, le cose che vengono prima dei fondamentali. Senza prospettiva, senza  scopo se non un piacere commosso. 

Poi mi è squillato il telefono ed era una telefonata di lavoro, quello vero,  e ho sentito una debolezza nelle radici dei denti come se volessero cadere.  Ma è stata più forte la musica, la sera tenera. La mia promessa d’amore. 

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