Baratti 

Baratti la generosa, con i motorini, la polvere e il braccio aperto del golfo mi ha salutata una mattina di luglio. Sulla costa si affacciano i perimetri circolari delle tombe dei principi guerrieri, sopra, quasi nel folto del bosco di ornielli, riposa la cava etrusca più recente, dai cui visceri di calcarenite si dipana una città di nudi budelli scuri. Ognuno è una lingua e ogni lingua un’entrata un tempo interdetta da pietre e detriti. Ora si può scendere, le pareti innervate di radiche e lunghe bave di umido scivolano su letti di pietra, più sotto i pavimenti crepitano di roccia e terre rosse. Come case, come grotte.

Mi siedo, si rafforza la memoria di una penosa discesa di liquidi e linfe, la collina quasi si tende, delle persone che hanno  a lungo dormito qui non se ne conserva traccia. Avevano con loro oggetti e monili, calzavano sandali adatti a un viaggio lunghissimo, negli occhi squillavano ancora piccole braci di rogo,  memoria della loro ultima esperienza di vita terrestre.

Di costoro non si conserva traccia, se non per la voglia disarticolata delle terre di chiudersi sui loro cubicoli. (I turisti fotografano  le porte della necropoli con il biglietto nel marsupio e il pranzo fasciato nella plastica. ) La fame disarticolata delle terre di chiudersi e ruggire sui corpi dei viventi.

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