Non mi abbandonare

Un’edicola di provincia, col soffitto di pannelli di plastica e i quaderni ancora esposti sugli scaffali è il luogo dove vado a prendere i giornali. Dietro al banco ci sono i gratta e vinci e in mezzo pende il cartoncino pubblicitario dell’ultimo almanacco di frate indovino. Raccolgo gli spicci,  sento che mi guarda. Quel sorriso anni Settanta, quella barba urticante. Il saio da liquorini. I sandali. Non invitarmi, frate, non mi piaci. Però, però c’è dell’altro. È che più sopra l’illustrazione prosegue con una spiaggia e in mezzo c’è un signore tutto bianco. Il signore tiene fra le braccia un uomo addormentato. Uno sogna l’altro guarda lontano lassù. La scenetta è incorniciata da una scritta come una grechina e chiede “non mi abbandonare”. Sui tabloid, nei cartoncini pubblicitari come nei giardini della preesistenza, come nelle notti dello spirito, come chiedono gli intelligenti, come vivono i piccoli, come esorcizzano gli sciocchi, come raccontano le armonie matematiche e quelle più sottili, così è ed è sempre. Non mi abbandonare. Boh, ho pagato e me ne sono andata.

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