L’ape

Ho guardato dal foro nella toppa e ti ho visto chino sotto il davanzale. Allora ho bussato per dire che eri dentro da quasi un quarto d’ora, che c’erano altri ad aver bisogno eccetera.
Non so come tu l’abbia presa.  Però sei uscito con un involto di carta igienica, urgente. Direi misterioso. Tanto da farti dimenticare di tirare l’acqua. E quando ti ho raggiunto in cucina per incazzarmi come si conviene hai intimato il silenzio. Sono rimasta a guardarti mentre mettevi uno scherzo d’acqua in una tazzina, ci aggiungevi lo zucchero e mescolavi. “Ssshhh!”, continuavi come se stessi per sgridarti  ma io ero solo curiosa di vedere cosa avresti fatto con quello sciroppo. Lo hai versato al centro di un piattino, poi hai disserrato l’involto. Dalla carta è uscita un’ape. Disorientata, praticamente sfinita. L’hai spinta piano e quella creaturina ha iniziato a muoversi a destra e sinistra, incapace di volare, incerta se pungerti e morire una volta per tutte. L’hai spinta ancora finché ha incontrato il nettare,  allora ho visto le tue labbra inumidirsi di saliva mentre quella suggeva e poco a poco si ristorava. Poi mi hai guardata con i tuoi grandi occhi a mandorla, un poco cisposi, mi hai sorriso e ti sei fatto abbracciare.

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