Lettera di un uomo povero a una donna tanto amata

L’immanente,  il futuro prossimo e remoto, tutto il progettato, quasi tutto il temuto talvolta capita che diventino presente. Può succedere nel momento di mettere le monete in un parchimetro o quando scarto l’insalata in busta, oppure può succedere quando mi parli del collega che ha fatto qualcosa di spiacevole e poi passeggiamo e tu scegli una certa stoffa o ti fermi di fronte a un paio di scarpe. E io sento montare uno strano senso di sporcizia dei pensieri. È un  movimento agglutinante, di incontinenza.
Tu esci dal camerino.
Un giro di qua, un giro di là.
Poi qualcuno al telefono non ti risponde o qualcun altro ti risponde male. Poi cosa potresti fare stasera? E io?
E io ti sento appassionata al gioco,  ti vedo proprio lanciare i dadi,  protesa al tuo tavolo come una cavalla al suo cancello, prima dello sparo. Sangue ardente.
E più ti lanci più mi affievolisci. Più ridi più mi ricordi di me,  pappagallo sciagurato. Non so ancora come ho fatto a inciampare, una volta forse una mattina di sole, sul trespolo che tieni in camera per quelli come me.

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