I piatti

Una sera, nonna, mi hai chiesto se potessero servirmi dei piatti.
Dal capotavola mio padre ha preso la parola e ha risposto: < per la casa nuova certo le serviranno>. Poi ha inforchettato il maiale, come dire che il discorso era chiuso.
Al che , nonna, hai abbassato gli occhi che era come dire sì, poi forse hai aspettato la mia risposta ma io sono rimasta zitta. Alla fine della cena hai preso il bastone e ti ci sei appoggiata, aspettando che mio padre ti riportasse a casa.

La mattina dopo sul terrazzo c’era una cassetta di plastica. Dentro, dodici piatti fondi, undici piani (uno rotto o chissà), dodici piattini da dolce. Una zuppiera, una ciotola da macedonia con un cucchiaio in silver plated. Sul disco di ogni piatto c’era un filo d’oro zecchino e un fregio di fiori stampati.
Ho preso la cassetta. Ho quasi inciampato perché era pesante. L’ho caricata in macchina e ho acceso la radio. Ma poi la musica non mi piaceva e ho messo “La Traviata”. I piatti in bauliera facevano <tin, tin>. Fuori città c’è un mercatino dell’usato. Un signore dai baffi lunghi mi ha aiutata a scaricare, sentivo il fegato e il sangue pulsare sotto le unghie.
Quando sono rientrata mio padre scortecciava un bastone. Ha lasciato il “pennato” e mi ha detto: <che facevi?>.
Che facevo, ho portato quei piatti al macero, che stiano in mezzo alla “rumenta”, quei piatti che sono i più brutti che dio ha messo in terra, piatti da rognone, da cosce di gallina. Potessi farci il tiro a segno, e con loro i mobili di formica, le tende di nylon, i grembiuli per fare le faccende. Ho pensato tutto questo ma ho strascicato un piede sulla ghiaia e ho detto: <Niente>.

Nel fine settimana sono andata a vedere i negozi, la gente tacchettava sollevata dall’azzurro di ottobre e sciabolava le fibbie dei borselli come distintivi.
I camerieri dicevano: < guarda quella>, e c’erano ragazze che si facevano foto appoggiate al calcare cariato delle chiese di Lucca.
E dal cuore delle mura delle strade di Lucca veniva il profumo dei negozi per signore.
Il bruciore del basilico ferito, il sangue un po’ acquoso della melagrana, la vaniglia e lo zafferano.  Dappertutto dolcissimi orgasmi, luminosi, leggeri. Ah, vorrei abbracciarvi tutti. E comprare i piatti più belli mai visti.

E ne ho comprati sei, fondi, piani, da dolce. Li ho portati in casa e li ho messi nella credenza. Poi ero seduta al tavolo e pensavo a un pranzo di Natale a casa tua, nonna. Avevo le unghie sporche e un fiocco mi faceva freddo al collo. Era tanti anni fa, mamma diceva: <chiedi il permesso prima di mangiare> e tu mi dicevi di sì.
Quella mattina ti eri svegliata alle quattro, avevi acceso la caldaia e ti eri lavata la faccia. Poi avevi fatto una montagna di farina sulla tavola, ci avevi aggiunto l’uovo e l’acqua e avevi spianato la pasta una, due volte. Avevi preparato l’impasto per le crostate e le avevi farcite di marmellata. Avevi spennato la gallina, l’avevi eviscerata e avevi messo da parte le frattaglie. Per fare tutto questo ti eri appoggiata al tavolo della cucina mentre la televisione dava il notiziario del mattino. Poi avevi decorato l’albero e quando hai appeso l’ultima pallina di plastica è trapelata l’alba, forse dalle tende. Allora ti sei accesa una sigaretta e ti sei fatta un caffè.
E quando è arrivato il momento del pranzo lasciavi correre noi nipoti per la casa e ci guardavi seduta, con la faccia appoggiata alla mano e l’altra chiusa a pugno sulla coscia.

<Cos’hai, nonna?> ti chiesi, perché ti vedevo strana.
<Niente, siete belli>.

Seduta al tavolo ho pensato a tutto questo e prima che facesse notte sono andata dall’uomo coi baffi lunghi a riprendere i piatti.

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