L’agnello

Un pastore aveva portato via un agnello, lo afferrava per le zampe e lui alzava il capo e cercava il sole ed era morbido e tranquillo.
Tutto questo è un sogno e intanto passa un tempo, il tempo dei sogni in cui mutano i mondi e non si è più gli stessi.
Appoggiato a un portone vedo un bastone e vedo di nuovo l’agnello. Aveva le zampe come polpastrelli di cane, violacei, gli occhi profondi, i riccioli sporchi. Il capo era libero e morbido, dal cielo verso la terra, e ancora guardava all’insù.
Ma quando mi avvicino si compie uno di quei fragori dei sogni. E’ un fischio lungo, uno spazio che si restringe.
L’agnello ha la pancia aperta.
E’ già qualcos’altro.
Una povera cosa, per la verità.
Una cosa svuotata.
Allora trascorre un nuovo tempo dei sogni, una specie di follia e i suoi passi avvelenati, per non esserci stata, per non aver capito, per non sapere più chi.
Finché il sole nuovo, pietoso, mi porta via.

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