L’isola che non c’è

#4
Caro diario, insomma è andata così,  che i cani mi leccavano i piedi da sotto la scrivania e mi sono alzata per fare pipì. Dalla tazza si vede una finestra e un angolo crepato come una tempia e la sua vena. Si vede l’abete rosso.  Si sentono le resine. I tordi. Il telefono. Pronto, nessun disturbo. Poi ovviamente aspetto prima di pulirmi. Il cliente che ha chiamato non può saperlo, ma qualcosa resta sempre sospeso.

#5
A Firenze c’è il Cimitero degli Inglesi ed è una specie di occhio spento nel traffico dei viali. Semaforo rosso. Dal cancello le statue e un popolo di cipressi bluastri,  intorno il cerchio delle macchine. Basta poco, un vento, un caso. Voltarsi. Ah, è così? Anche voi qui? E come suonano i secoli. E siete ancora svegli?
Ma il semaforo è verde e riprende la girandola. Resta un filo. Solo. Sonoro di silenzio.

#6
L’isola che non c’è aveva un albero scortecciato e una pozzanghera piena di sassi. Ti vedevo volare da me ogni sera prima di cena e ancora potevamo rannicchiarci lassù. Sapevamo di segatura.  Tu mi regalavi libri e io ridevo senza sapere perché.

I numeri #1, #2, #3 nel brano “Per andare a casa”

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