Vallombrosa

Siamo arrivati all’abbazia e pioveva ed era chiuso e l’acqua saliva su per i sandali. Era per rilassarci, solo per rilassarci una domenica, mi hai portata lungo il bordo della vasca delle trote e poi a vedere il brolo cinto di bosso con le dalie, le spezie e un melino da porci. Su tutto incombeva la massa del cenobio,  era simile al legno puro dell’orniello, era compatta, era chiara e senza segni e dall’unica finestra aperta ondeggiava con piacevole ruvidezza una tenda di tela.
Non ci accoglie nessuno. Mi appoggio a te,  tu calci una melina da porci, il lastrico è scuro, la natura qui si chiama Vallombrosa e rimane solo una cappella che possiamo visitare.  Accendo un lumino e un piccolo disco d’ombra prende posto sulla lamina grigia. La cera offesa e imparentata all’anima della miccia ricorda un tuorlo ingallato. Qui l’aria sa di fuso,  di chimico, di spirito. Qui le parole tornano a casa.

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