Il carro di fieno

Guidavo attraversando piccole nuvole di freddo, lungo la strada di casa. La luce aveva già cominciato a offendersi, gli alberi sporgevano con i tronchi sfilacciati e la pelle fragile delle foglie, e la macchina galleggiava lungo le coste dei prati e i muretti, imbarcando a ogni curva secondo un equilibrio eccentrico.

Dovevo essere ancora avvelenata di lavoro perché non ricordo le urla del cane sulla porta, il piccolo ingresso con la cappelliera e il mobile del telefono, ma senza che me ne rendessi conto mi sono trovata in piedi sullo scendiletto con un paio di mutande in mano e il cambio ripiegato vicino al comò. Mi sono vestita e sono scesa in cucina, Madre affettava un cespo ancora croccante  lasciando sul tagliere bave tenui e succose. Poi, come ricordandosi, ha messo una presa di sale nella pentola e l’acqua ha crepitato d’impazienza. Il campanile suonava le sette e mezza.

Sono uscita ho scelto pezzi di legna diversi, alcuni sottili altri voluminosi, ho raccolto i minori e li ho incendiati nella stufa con un dado di sostanza artificiale, aggiungendo via via i maggiori finché la stanza non è divenuta tiepida e il soffitto si è fatto  un po’ più vicino e accogliente. Abbiamo mangiato in silenzio, pulito i fondini di latta col pane così che quando ho annodato il grembiule e riepito il secchio d’acqua per lavare i piatti la patina della verdura e dell’olio era già diventata un velo secco, come di madreperla, senza alcun odore.

La notte ho sognato di passeggiare in un giardino luminoso. Molto molto lonatano da me c’era un punto chiaro e crepitante, nascosto dall’ondeggiare dell’erba, allora ho corso fin là finché la scena non si è chiarita e quel punto era un tavolo al quale erano seduti un uomo e una donna che mi parlavano come se avessi da tempo fatto parte della loro conversazione. La donna aveva lunghi guanti di rete e l’uomo barba e un fiocco che ricadeva sul petto come i vestiti d’altri tempi e alle loro parole io rispondevo secondo i movimenti di una mia pulsione interna, senza infrangere il silenzio di cui tutti e tre eravamo partecipi. Del resto del sogno ricordo solo una scena in cui ero abbracciata all’uomo ed entrambi ondeggiavamo adagiati su un carro di fieno. Lunghi peli biondi spuntavano dalle mie gambe, tutti lucidi di sole, ed io – profondamente umiliata – sentivo di aver mancato un momento fondamentale di cui non avrei mai più ricevuto altro indizio.

 

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