il gatto combattente

Stralcio di diario, un qualche giorno di Frimaio

Dopo la neve caduta e il freddo la giornata ha chiesto tutto il nostro coraggio. L’abbiamo riempita come forse facevano gli antichi, e cioè con fantasia e semplicità. Al risveglio il mattino era alto, ho continuato a leggere il libro della sera prima, ho impugnato la pistola e ho riempito di buchi un foglio sul quale avevo fatto un disegno, il disegno di un gatto combattente. I piombini portavano via scaglie di intonaco, la mia camera ancora molle di sonno si era trasformata in un piccolo poligono per armi ad aria compressa. Ero felice, mi sentivo gli occhi sani e nessun male dietro la fronte. Poi siamo usciti. La campagna tutta brillante era venata dai nastri cupi dell’asfalto. Ai cigli della strada masse di neve croccante. Sotto il ghiaccio l’erba scura e morbida come fosse cotta.

Sapevo che la conversazione sarebbe caduta su Jude e lo volevo evitare con tutte le mie forze. E invece. «sembri strana» «ti sbagli» «una madre non sbaglia» «sbagli un sacco di cose» «sono errori molto piccoli» «non dovresti dirlo tu» «comunque sembri strana» «un po’» «ti ha chiamato Jude?» «sì» «se fosse un uomo non insisterebbe» «non è un uomo» «e cos’è?» «è un prete».
Jude. Io lo vedo, seduto al tavolo del soggiorno, gli scuri socchiusi e un filo di luce lungo il pavimento e la sedia. Lo vedo abbassare il volume del televisore e pensare pensieri ruvidi e senza colori. E prende il telefono e scrive: se non sei impegnata, Fosca, potremmo vederci per un caffè. Una cosa che non ho detto a mia madre è che a quel punto Fosca alza il telefono e dice: vorrei tanto, Jude, ma la strada di casa è malsicura e il tempo mette neve.

Tutto questo si svolge il giorno prima. Fosca guida verso casa, Jude siede in soggiorno. Parlano di poche cose e allo stesso tempo ne capiscono molte altre. Lei è cauta, senza entusiasmo. E se parla la voce ha perduto gli accenti più teneri e brillanti, se ascolta si impone di non intuire, di non assecondare nulla. Sa di essere chi non riuscendo ancora a dire di no si mette nelle condizioni di non poter dire di sì. E lui parla stomacato, e mentre dice di non essere sereno, di andare avanti alla giornata, di non sapere cosa voglia (Jude! oh, Jude…) la tormenta rinforza e la conversazione cade. Resto sola in auto. Fuori la strada piena di silenzio e di neve e la paura di non tornare a casa.

sto ascoltando Ho visto Nina volare, di Fabrizio de Andrè

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