carne

La scolaretta – Lorenzo Viani

Una domenica di sole un bambino si lasciava vestire per il pranzo della festa. La tata, una tata bionda e misera e grassa, spiegava la camicia sulla quale era ricamata una caravella e una fila di bottoni faceva riflesso della luce e il riflesso odorava di glicine e gli altri fiori secchi che riposavano in una coppa per rallegrare la stanza. Il bambino sapeva che avrebbe sceso le scale e avrebbe trovato un tavolo grande, più alto di ogni altra cosa, e al confine del tavolo un padre dal collo un po’ strozzato per via di una cravatta squisita e lucidissima. Egli avrebbe inciso un budino di brodo ristretto e una volta giunti al culmine del pranzo avrebbe fatto scoprire un vassoio e nel fumo sarebbe apparsa un’anatra ancora sfrigolante; ed egli l’avrebbe tagliata nel senso della lunghezza, dal cerchietto dell’ano fino alla gola e nel piccolo spazio del corpo si sarebbe rivelata una pasta di formaggio e altra materia speziata da mangiare col pane.
Sapendo tutte queste cose, che accadevano ogni domenica, il bambino si lasciava vestire. La tata portava forcine dorate e parlava con una voce e l’accento dei popoli dell’est. Quando si chinava il bambino ne sentiva i movimenti, la morbidezza delle braccia da fornaia e le ginocchia farcite di grasso. Così la tata lo vestiva e mostrava una nuca bionda e poca peluria sul collo. Quella domenica accadde che essa starnutisse: piccole gocce di fresco si posarono sul dorso del piede del bambino come un’acquasanta. La tata, che se ne accorse, pulì con un lembo della manica e lunghi rintocchi suonarono dal campanile del paese. In quel momento il bambino pensò alle passeggiate in piazza nelle mattine incerte, quando il tempo è rancoroso e non si sa se metterà a pioggia. Il bambino pensò a quelle passeggiate e provò compassione per i piccioni, le uniche creature a lui note che avessero un piccolo spasimo, come un tremito o una vergogna, ogni volta che sporcavano di guano un cornicione o un monumento – e quasi senza ragione, o forse per troppe, lo stomaco strinse un nodo che non poté più essere sciolto.

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Un pensiero su “carne

  1. Gianni Quilici ha detto:

    Cara Fosca,
    la forza di questo racconto vive di un accumulo di una serie di indizi, che finiscono in un finale secco, la cui tragedia (parola forte, ma adeguata), è sottilmente implicita.
    Questa forza è accentuata da un movimento dialettico, contrasto tra due elementi: l’immobilità fisica e impotente del bambino e la mobilità interiore del rifiuto, che la dilatazione dei dettagli evidenzia efficacemente…

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