Fausto, il diavolo e l’acquedotto (una vecchia storia che avevo quasi dimenticato)

L’acquedotto di Lucca raccoglieva il getto di diciannove sorgenti e da tutta la piana portava l’acqua in città. Questo nel milleottocento: adesso, nel duemila e dieci, è un colonnato di pietra alto sei metri che passa per i campi e è tagliato in due tronconi dall’autostrada. Va precisato che nel duemila e dieci l’acqua non viaggia più all’aria e alla luce, in un letto di roccia e terracotta. Oggi c’è l’eternit. E se qualcuno dovesse dire che l’amianto è cancerogeno, che i tubi interrati che abbiamo in Italia sono tutti rotti e che ogni giorno beviamo particelle che hanno ammazzato decine di persone vi posso rispondere che siete arrivati tardi: altri si sono già posti il problema a suo tempo e è stato stabilito, per non cambiare i tubi, che l’amianto fa morire solo se viene respirato.

 

il diavolo in corpo. da inpsico.org

Un giovane passeggia sopra gli archi, passeggia nel letto di roccia e terracotta dell’acquedotto e tira calci ai sassi. Dietro di lui c’è il tempietto, che in passato era una camera d’acqua potabile. Il giovane si affaccia, prova a cantare e il tempietto vibra e si vedono quasi gli antichi riverberi turchesi o biondi – a seconda di come il sole colpisce l’intonaco, risuonare sulla volta e perdersi nell’aria con una voce di campana. Ma ecco il figlio del demonio che siede sulle antiche colonne, coi piedi penzoloni. Sotto, la strada romba di auto di gente che torna a casa e il malnato si gratta la pancia. Fausto resta con la sua canzone in gola. Non l’abbiamo detto, né che si chiamasse Fausto, né che aspetto avesse. È molto bello, se non fosse per un occhio un po’ strabico e i piedi piatti. Il figlio del demonio non è né bello né brutto. Forse solo un po’ segaligno. Un po’ rossiccio. Come uno che è a corto di cattive intenzioni. Eppure Fausto lo riconosce subito, e prova una ripugnanza tale che non può fare a meno di tirargli una sassata. E si stupisce quando l’altro grida e con la destra si preme la testa, e proprio là dove dovrebbero esserci le corna è già spuntato un bernoccolo a forma di patata.
“Eh ma che modi!” dice il diavolo.
“Abbia pazienza – risponde Fausto, che adesso è già pentito, tartaglia e non sa più chi ha di fronte – io credo di averla scambiata per qualcun altro. Ma mi dica, lei è della zona? Perché giurerei di averla vista da qualche parte”.
“Può darsi, faccio il rappresentante”.
“Di pentole, scommetto. Mi deve perdonare la sassata, decisamente l’avevo scambiata per qualcun altro. E poi, osservandola bene, si vede proprio che lei deve essere una brava persona. Ah, se sapesse quanto sono tristi, quanto sono afflitti i giovani d’oggi! Di certo comprenderebbe il mio comportamento e potrebbe perdonarmi”.
Il diavolo, che ha già capito l’andazzo, (vorrebbe liberarsi e) lancia uno sguardo disperato verso un camion di rifiuti che passa lungo la strada sottostante. Ma non fa in tempo a gettarsi nell’immondizia che il giovane lo prende a braccetto e attacca a blaterare.
“Guardi me, amico mio. Sembro una persona felice, non c’è che dire. Non le sembro una persona felice? E invece no! Sapesse! Sempre a caccia di un lavoro, sempre in mezzo ai problemi! Così ogni sera vengo qui a contemplare il tramonto, tiro i calci ai sassi e penso alle mie disgrazie”.
“Corpo del diavolo, qualunque cosa pur di farlo smettere – dice fra sé il figlio del demonio tenendosi le corna ancora doloranti – Che c’è che ti affligge?”
“Che c’è? Se ne potrebbe riempire un volume. Prenda questa settimana, per esempio. Il mio nuovo impiego è a rischio, e solo per colpa del figlio del capo, che pare dica alle altre impiegate che ho un occhio troppo bello (uno solo, mah) e per questo vuol farmi cacciare via!”
“Ah, se è per così poco risolviamo subito”.
Così il diavolo stende una mano proprio sopra la strada e dall’asfalto si alza una polvere grigia come borotalco che serpeggia lungo le colonne e sul palmo si addensa e prende la consistenza di una scatola di plastica, di un telecomando, e alla fine di un cellulare. Fausto guarda il diavolo senza capire ma il demonio alza l’indice in segno di aspettare, pone il telefono vicino all’orecchio e subito dopo attacca.
“Ecco fatto. Faccenda sistemata. Altri problemi?”
“Eh? No, non mi pare”.
“Bene, allora abbiamo già riempito il suo famoso volume. Stringiamoci la mano come si deve, e poi ognuno per la sua strada”.
L’indomani mattina Fausto seppe che il figlio del suo capo aveva avuto un incidente. La dinamica non è chiara, ma sembra che tutto sia successo per rispondere a un telefono che squillava nel cruscotto. Senza detrattori di mezzo, Fausto fu assunto in un posto dove anche adesso lavora otto ore al giorno per trecento euro al mese. Tutto questo ci insegna una morale importante: non è necessario vendersi l’anima se si vuole dar via solo il cu…

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Fausto, il diavolo e l’acquedotto (una vecchia storia che avevo quasi dimenticato)

5 pensieri su “Fausto, il diavolo e l’acquedotto (una vecchia storia che avevo quasi dimenticato)

    1. caro daniele, di solito inserisco testi nuovi nel mio blog. cioè, testi che siano scritti da poco. questo invece è di qualche anno fa quando, per ragioni che non sto a spiegarti, mi trovavo spesso a passeggiare sul vietatissimo colonnato dell’acquedotto storico di lucca (se può interessarti, c’è un passaggio segreto nella rete di recinzione e una volta su la vista è stupenda). tornando a noi, in quei mesi avevo in mente cose belle e brutte insieme, cose più grandi di me. e come sempre mi succede in certi momenti, ne è nata una favola. in realtà adesso cambierei diversi aspetti di questo racconto: mi pare poco stringente dal punto di vista dell’azione e forse potrei dire i medesimi concetti nella metà delle battute. ma tant’è. non appena avrò qualche ora libera (intendo: qualche ora di serenità) proverò a riscrivere tutto. chissà, forse ne verrà fuori qualcosa di buono 🙂

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