gli scaffali quadrati

succede in un ristorante di cui non voglio fare il nome. tanto non importa. ma è stata una bella idea affiancare una libreria a un ristorante, e un bar alla libreria. alla sera gli scaffali odorano di vino spumante, di panini biondi, di inchiostro e di profumo. le camieriere ondeggiano fra le poltrone e la vetrina delle paste è dorata fra i vapori della musica jazz.

cosa posso ordinare, forse una tisana alla rosa, forse un liquore. sfilo i guanti, accanto al mio tavolo c’è una composizione di libri per bambini e le sculture di carta.

il ragazzo porta una coppa di frutta in ghiaccio. ho appena la forza di prendere due ritagli di pesca. ora mi domando: cosa faceva puccini anni fa, quando sedette (proprio lui incarnato!) a questi tavoli, forse il mio stesso, con le guance frizionate d’acqua lavanda e i fogli da musica nel bavero (per proteggerli dalla pioggia o dal salmastro, perché siamo sul mare), quando ancora le ceramiche sui soffitti ondeggiavano di scuro e di chiaro, al lume delle lampade, e nel giardino c’era aria di glicine e poche urne di geranio e di bosso?

non so cosa pensasse, cosa abbia pensato. io so che non leggo, non comprerò libri. così non rieco. non sono il tipo. di più: mi fa vergogna. piuttosto resto muta, davanti le persone sazie, i tovaglioli appena oleosi di fritto e gli scaffali quadrati, ingombri.

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