Sulla bocca#2

Il pittore e la modella, di Franco Miozzo (1988). Per chi volesse visitare il sito dell'artista versiliese: http://www.francomiozzo.com

Lasciai andare il poco dell’aria che avevo ancora nel respiro e tirai giù la birra, che si era fatta tiepida, mentre Eusebio girava un dito nel piattino di semi e mi guardava senza un’espressione precisa. Nel tempo in cui non ci eravamo visti le rughe si erano posate sul suo volto  e notai che avevano l’aspetto come di limatura di ferro, che lui stesso consumava nell’azzurro degli occhi. In quella sua compostezza di tratti c’era qualcosa della faccia di sua madre quando si tirava gli zigomi e misurava il fisico nella divisa del servizio serale, che le imponeva pantaloni attillati e coda di cavallo. Cinque sere a settimana si modellava col pennello, la spugna e varie polveri da trucco, scolpiva le asperità degli zigomi, rendeva più succosa la curva del mento e la pasta delle guance davanti a uno specchio da barba e due lampadine dalla radice annerita. Quando era soddisfatta calzava in fretta un cappotto, come se non volesse o non potesse più stare in casa propria e quasi correva, e correndo quasi cachinnava per le rampe avvitate, e partendo lasciava una sua traccia di profumo di sapone magnificato da una pelle giovane e fresca, che svaniva quasi subito, e un palazzo orfano, e un piatto nel quale Eusebio trovava verdure lesse, formaggi o una quantità di pasta sudata per l’acqua di cottura.

 
Il padre non l’avevo visto mai. Sapevo che, come il figlio, aveva braccia da scultore e che per il resto era un pittore di un certo talento. Anziché con la parola si esprimeva in lunghe tele accese, dipinte con le mani, che vendeva in un piccolo negozio di cornici  nel quale lavorava come artigiano e commesso. Laggiù il sabato e la domenica  capitava di vedere coppie fermarsi davanti alle marine del porto di Carrara o la miniatura di qualche portone preso di sguincio, in mezzo a uccellini quasi sciolti nella tempera e ceste di verdura globose, bagnate da una luce assillante. Egli aspettava i suoi clienti come un gatto si ritira in giardino per la caccia. E se all’inizio le persone ostentavano indifferenza o cercavano di tirare sul prezzo lui rispondeva con un’alzata di spalle come a dire: signori, non so proprio che farci. Ma si trattava di aspettare pochi giorni, a volte qualche ora, e quelle stesse persone si accorgevano di come, per loro che le avevano viste, non era più possibile fare a meno di quelle immagini meno che rabbiose, eppure prive di tecnica e di decenza. E così esse varcavano di nuovo la soglia del negozio, stavolta coi soldi in mano, e si portavano via le tele come ladri. Allora egli chiudeva tutto e se ne andava per le strade di Sarzana; con sé portava una valigia di legno nella quale conservava i colori e alcuni pennelli di setola di maiale che non poteva fare a meno di annusare ogni volta che si apprestava a dipingere, con l’intensità di un capro o di un amante.

 
Pur essendo giovane nel corso degli anni il padre di Eusebio aveva raggiunto una forma primordiale e insieme saturnina che ossessionava tutte le stanze in cui aveva abitato; essa si manifestava nelle sembianze di idoli puliti e spaventosi, donne scontornate da solchi di carboncino e paesaggi come scorci di trincea. Essi aspettavano le loro vittime con pazienza, inchiodati ai muri della casa di Eusebio; nell’altra stanza un uomo raschiava il colore dalle tele con lunghi coltellini da amanuense.

 
Come dicevo, Eusebio mi guardava. Era passato più di un anno dall’ultima volta che ci eravamo rivolti la parola. Anche se lo trovavo molto dimagrito, il mio amico non aveva perso quell’espressione straniera o perfino assente che è tipica delle persone dalle iridi esotiche, sceme di colore o straordinariamente smeraldine. Continuò a guardarmi un po’ poi prese a parlare come una persona decisa a rivelare ogni cosa.

 

(Il racconto continua, forse, nel prossimo post. Per adesso sto ascoltando la Sonata per due pianoforti a otto mani, di Smetana. Esegue il Miari Ensemble)

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