KORU Come dicevo ho pensato

Come dicevo ho pensato al suicidio per la prima volta quindici anni fa. Da allora ho fatto un paio di tentativi uno dei quali è quasi riuscito. Non si tratta di processi razionali; se dico di aver visto cose che di solito gli occhi non vedono non sto anteponendo figure o suggestioni a percezioni, e non sto mentendo.

Di reale c’era infilarsi in macchina e puzzare ancora di pizza e di birre, e aver parlato con almeno centocinquanta clienti e spuntato liste e, quando va male, rovesciato vassoi o sbagliato ordinazioni, e non avere altro, per un momento, che lo sporco dei ricordi nella testa, senza che questi diminuissero il loro ingombro fino a lasciare spazio a pensieri di leggerezza e libertà. Di oltrereale c’era, e c’è tuttora, dell’altro. Ad esempio, quante cose stavano e stanno morendo, e quale forma possono prendere che non sia diretta pertinenza dei sensi? per la verità la risposta è: moltissime. Possono strisciare lungo le pareti, alterare o sovrapporsi ai volti delle persone che parlano, sciogliersi nella radice di un accadimento e restare lì, a comprimere una mente lungo i cigli della follia.
Più o meno mi sentivo così quando slacciavo il grembiule e uscivo dal locale. Avevo l’incombenza di raschiare le teglie, sciacquare i bicchieri, servire i vassoi e altre cose fisiologiche per la vita di una pizzeria. Wolfgang lasciava che mi portassi come meglio credevo e a volte, la sera, prendevamo la macchina e andavamo a berci la paga insieme. La nostra birreria preferita era un edificio basso all’uscita dell’autostrada nella quale dopo le due i camerieri pulivano le panche con stracci umidi e spray all’alcool. Due di loro erano africani; uno aveva l’incarnato tipico degli abitanti del cuore del continente, la sua statura era di quanto più smisurato avessi mai visto e si esprimeva quasi solo in francese; l’altro veniva dal nord dell’Africa. Davamo loro una mano a sistemare gli sgabelli, riempivamo tubi di birra bruna e sedevamo in cerchio, rumoreggiando e con gli occhi pesanti. Lambert, che sembrava un etiope (o un’antilope, ma questo mi veniva in mente per l’assonanza delle parole, o al limite una cosa sacra e calma) sciacquava i boccali nell’acqua fresca e ne lasciava un po’ in fondo per non darci solo malto come se la birra fosse una cosa sua. Wolfgang lo guardava appoggiarsi ai rubinetti delle bevande alla spina e poi tirava fuori le cartine e il tabacco e offriva a tutti un tiro a patto che Mobamba raccontasse una qualche storia africana. Per esempio quando al suo villaggio nacque un infante con quattro capezzoli; il giorno in cui un bambino domò un ghepardo con un amuleto di sterco; la volta in cui il sole ingravidò una donna di cinquant’anni e le fece nascere un figlio con la pelle dorata e gli occhi verdi.
Mobamba aveva la pelle lucida e parlava a bassa voce; quando aveva finito esalava il fumo di sigaretta con lunghe circonvoluzioni di vapore; Lambert ficcava il naso nel bicchiere e dal vetro si vedeva il rosa della lingua che raccoglieva la schiuma. Wolfgang a mi prendeva in braccio, credo per farmi sentire come fosse capace di avere un’erezione completa anche dopo aver ascoltato una storia di Mobamba. Intanto dall’autostrada le macchine procedevano come lungo un nastro. L’ultima di quelle sere decisi che non volevo più nutrirmi. Come si dice in francese, voilà.

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