KORU – L’attività fisica occupava

L’attività fisica occupava dalle due alle tre ore al giorno, tutti i giorni. L’allenamento cominciava correndo in formazione nel parco, lungo un tracciato di 4 km. Durante le corse lasciavo che i muscoli si sciogliessero, mi lasciavo trasportare dalla conformazione della strada, lasciavo la fatica in secondo piano, che è una cosa che con la dimestichezza all’esercizio fisico avevo imparato a fare meglio di quanto sperassi. Avevo tempo per riflettere e per osservare. Eravamo persone della più varia estrazione, con storie e culture diverse. Compresi che per quelli che mi correvano accanto, più spesso davanti perché tenevo il ritmo solo a prezzo di grandi difficoltà, essere pugili era una cosa molto diversa da quella che spingeva me. Si picchiavano, è vero, ma per loro era una questione di ritrovata serenità, direi quasi di dolcezza. La mia invece era acredine.
La palestra era stata ricavata dai locali di un vecchio cinema. Il nostro spazio era una stanza di forma circolare, la biglietteria, nella quale avrebbero potuto entrare non più di venti persone. Se dovevamo ospitare una riunione, vale a dire un incontro con pugili di altre palestre, una parte di noi doveva adattarsi a restare fuori, sul selciato, mentre i colleghi combattevano.
Due corridoi ricavati da un’intercapedine fra il muro portante e una paretina di cartongesso erano il posto nel quale potevamo cambiarci; un boiler montato sul soffitto scaldava l’acqua delle docce e completava gli spogliatoi. Non c’erano tende né porte ma non mi interessava. Lasciavo che l’acqua calda mi piovesse sul capo con tutta la violenza di cui era capace. Ero stanca ero dolorante e l’acqua accentuava ogni cosa in un modo delizioso. Mi massaggiavo la nuca, il collo, ma soprattutto facevo silenzio. Dall’altra parte arrivavano i rumori di persone allegre, qualcuno chiedeva il sapone, qualcun altro parlava della tal donna. Non ho mai sentito parlare di quelle cose delle quali avevo sempre creduto si occupassero gli uomini, vale a dire le considerazioni sulle parti più intime del loro corpo o le imprese erotiche. Ma forse anche nell’abbandono alla stanchezza fisica erano coscienti di non essere completamente soli.
Nemmeno io ero completamente sola. Non c’erano forse i ragni, le crepe lungo le pareti, gli altri piccoli insetti, la grata della doccia, il sapone sciolto nella sua piccola gabbia di metallo a tenermi compagnia? E quelle nuvole e la loro sensazione di aria gravida e così piacevole da sentire sulla pelle nella sporcizia e nella stanchezza. Di quella doccia avevo sperimentato tutto, avevo provato a farmi ruscellare l’acqua addosso o sulla gamba tesa sotto il getto, mi ero accovacciata sulla grata, avevo appoggiato la schiena al muro, mi ero lasciata colpire la gola o le spalle, l’avevo fatta scorrere nell’incavo delle ascelle.
Mentre mi bagnavo nell’acqua calda mi accorsi di un uomo sulla soglia dello spogliatoio. Così nella nebbia non vedevo bene, era una sagoma in piedi. Mi avvicinai, lui era incerto e più giovane di quel che mi aspettassi. Sfiorai con le dita gli avambracci lasciai che mi avvolgessero e scivolai con tutta la mole del mio corpo così pulito e massaggiato, così all’improvviso freddo, davanti a lui che non mi strinse ma anzi cercò di capire i miei confini, prese le mammelle nelle sue mani e premette il suo corpo sul mio corpo. Fu incredibile che lo capii solo allora, eppure solo allora capii che io e gli altri eravamo due cose diverse e mi spaventai moltissimo e tirai un sospiro sonoro, come di trasalimento cosicché anche lui si spaventò e si trovò chiazzato di bagnato a causa del mio corpo, solo, forse perfino arrabbiato. La diretta conseguenza di quell’episodio fu che a casa mi masturbai. E poi capii di aver superato una lunga fase maschile. E la boxe, per altre donne uno sport vero e proprio e una cosa pulita, per me era una volta di più qualcosa di contorto e di sporco, e il simbolo di quella fase maschile. Così abbandonai la palestra. Circa tre mesi dopo recuperai le mie mestruazioni.

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