L’insegnante di canto

La scena in cui si svolge tutto è il bar san colomabano di Lucca, al termine delle prove del coro. I personaggi sono, anzi siamo: io e Arianna.

ImmagineSe non  fosse che una tazza di caffè è un oggetto minuscolo si potrebbe combattere il freddo e parlare in un bar senza bisogno di ordinare nient’altro. Ma questo è un discorso da poveri. Ho poco più di un euro in tasca e non posso permettermi un tè, per questo so già che parlerò tutta la sera davanti a una tazzina sporca.
Arianna è poco interessata al fatto che la gente sia quasi tutta uscita dal locale e gira il cucchiaio, anch’esso minuscolo, senza che ci sia zucchero nel suo espresso. Quanto al mio, macchiato di soia, è quasi sciropposo.
L’ultima corriera per Pisa, la città in cui abita Arianna, giungerà davanti alla stazione soltanto a mezzanotte e quaranta; questo significa che abbiamo un’ora e mezza per noi.
Come tutte le cantanti  liriche Arianna ha l’abitudine di vestire con maglie a collo alto e sciarpe immense. Di un’altezza degna di nota per il suo sesso, ha un profilo puro e mani deboli. Se a un colpo  d’occhio complessivo la sua figura si sottrae alle proporzioni che fanno di una persona una donna sessualmente appariscente (per lo meno secondo un istinto sicuro quanto imbecille), conserva una freschezza di incarnato che di solito si perde non appena svanisce l’estrema giovinezza.
Di fronte a una bella esecuzione può trasformarsi. Si può dire che una donna sia una donna manzoniana, senza pensare a un’offesa o un’esagerazione? Tale è lei se siede in ascolto di qualcosa o qualcuno, con una posa naturale e oggi poco usata, forse perfino vilipesa, e cioè quella delle mani raccolte nel grembo, la schiena eretta e il volto che guarda avanti. I capelli da bambina ma precocemente venati, gli occhi ingranditi dalle lenti e un volto sottile con una bocca quasi bianca. In questo stato ascolta e per come le ho visto muovere le labbra sono certa che studi ciò che sente e lo rapporti alla sua voce. Una voce educatissima e, amata, temo, come si amano le arance da spremere.
Credo conosca a memoria molte delle più grandi interpretazioni che sono state incise finora, anche perché non si accontenta di ascoltare vinili, file mp3 e audiocassette, ma ha anche l’abitudine di seguire la musica sugli spartiti come gli studenti di conservatorio. Seppure vesta come una precettrice ottocentesca carica le spalle magre di zaini da montagna nei quali tiene principalmente appunti e un vasetto di canfora per aiutare il respiro. Nei nostri esercizi d’insieme ogni volta che mi perdo nella difficoltà di riprodurre l’intonazione di un fraseggio  la sento abbassare il volume della voce finché non riesco a trovare da sola la mia linea di canto. Alla fine delle prove sorride e mi incoraggia a studiare le cose alle quali non arrivo.

Arianna non possiede una macchina né la patente; per questo se il coro  si esibisce in occasione di qualche concerto o una messa solenne la si vede scendere dal treno con un trucco quasi timido e la gonna alla caviglia, affannata per il peso degli spartiti e la difficoltà di camminare sui tacchi. Una volta in cattedrale ripone la sacca nel doppio fondo di qualche scranno e sbuccia un mandarino in attesa di cominciare. Non so spiegare tutta la compunzione (sincera!) con la quale al momento della messa recita le formule tridentine, con quale silenzio mi incoraggi all’ascolto o l’affetto del bacio che offre al momento di scambiare un segno di pace. Nonostante questo in me trova ogni volta una compagna minore e selvatica: perché la liturgia mi annoia o mi adira, e più che dio vedo il diavolo come un geco o una pietra bacata nel mallo dei muri, o al massimo una nuvola levarsi dall’altare al momento della consacrazione, o un vento albuminoso strisciare ai piedi dei fedeli, o una voce femminile, rinchiusa nel suono di tutte le voci dell’assemblea, che oscilla parole come fossero gocce di una lingua che per me ha perso ogni interesse.

Detto questo non si può pensare che Arianna sia una donna senza spina dorsale, e credo che l’episodio che segue possa dimostrarlo.
Il piazzale all’uscita della stazione ferroviaria di Lucca, soprattutto quando il traffico dei treni è più intenso, è frequentato dalla gente in ozio. Viaggiatori guardano svagati il passare delle macchine in attesa del loro Eurostar, coppie conversano sulle panchine, signori ormai anziani strascicano il bastone sul ghiaino. Vicino al chiosco all’ombra di alcuni lecci c’è sempre un capannello di sfaccendati. Nelle giornate fredde li si vede scaldarsi le mani col punch e biccherini di caffè, più spesso occupano i gradini d’ingresso della stazione ridendo e occasionalmente azzuffandosi finché un poliziotto o un passante non li separa.
Ero andata a prendere Arianna alla stazione. Essa scese dal treno avvolta in una sciarpa pied-de-poule e un mantello nero che scopriva il tacco di un anfibio allacciato dietro la gamba.
Mi salutò con un fare quasi stanco, che sull’inizio mi sembrò un particolare tipo di gioia mansueta, poi pulì gli occhiali e mi chiese se avessi voglia di passeggiare. Fuori i lecci scintillavano al sole e dal chiosco veniva un odore gradevole di fritto e di caffè. Quando attraversammo la piazza un uomo si staccò dal gruppo e ci avvicinò domandando una moneta per un panino.
Io, che mi accorsi soltanto allora di non aver preso soldi al bancomat e di essere praticamente senza un euro, rovistai nella borsa sperando di trovare almeno una caramella o un biscotto. L’uomo però non aveva alcun interesse per me e anzi si era rivolto a Arianna, che gli aveva dato uno spicciolo dorato. L’uomo soppesò i cinquanta centesimi e subito perse l’aria da povero diavolo. “Ma con questi – disse offeso – non ci prendo nemmeno un caffè”. “Se è così, va benissimo”. Arianna riprese la moneta e mi fece cenno di seguirla. Lasciammo l’uomo con la mano tesa nell’aria, e poi lo sentimmo imprecare mentre tornava tra i compagni al chiosco. Nonostante fosse autunno inoltrato la mattinata si preannunciava straordinariamente mite. Erano i giorni in cui a Lucca si svolge la fiera del fumetto. Nei campi vicino alle Mura monumentali sorgevano capannoni bianchi coi tetti a cupola nei quali si vendevano gadget e album illustrati. Arianna camminava tranquilla fra le bancarelle senza prestare attenzione ai disegni o alle persone mascherate da personaggi dei comics. Non sembrava dar peso a quello che era successo poco prima. Eppure l’avevo ben vista indurirsi, avevo chiaramente visto la distanza che si era aperta fra un’indigenza reale e recitata, una pretensione maschile e una carità della quale non capivo l’orgoglio e mi domandavo cosa volesse dire dare qualcosa per dar qualcosa, con la sensazione di non aver risolto nulla o forse perfino col fastidio di avere di fronte qualcuno in aperta battaglia con qualsiasi senso del pudore.
E al tatto di quel primo spigolo mi domandavo che aspetto avessero, nel profondo, quelle asperità, se ci fosse un sistema complesso e nascosto di meriti e colpe o un senso di giustizia sul quale essa misura se stessa, e, se sì, quali fossero le proprozioni o le sproporzioni di quel metro rispetto al possibile e all’ideale.

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